Chi Siamo

Chi Siamo

Il Coordinamento Cittadino di lotta per la casa è il primo movimento autorganizzato sul diritto alla casa che nasce a Roma.

 

È il 1988, e in centinaia occupano le case di San Basilio, quartiere estremamente degradato alla periferia nord est della capitale: 350 alloggi di edilizia residenziale pubblica, già terminati senza che vi sia alcuna graduatoria di assegnazione. Alla lista di lotta si uniscono centinaia di senza casa e, accanto a settori operai e marginali della periferia, si ritrovano anche le nuove generazioni del quartiere, in cui è ancora viva la memoria delle lotte degli anni ’70. Alla fine degli anni ’80 ricominciare le battaglie sui diritti negati rappresenta un’enorme scommessa per la città, ma la lotta per il diritto alla casa è ormai nel DNA di Roma e questo consente al movimento, nel suo complesso, di allargare la lotta in tutto il territorio. Alla fine del 1988 sono più di 2.000 gli alloggi occupati, non solo in città ma anche nella provincia, da Ciampino a Marino. Inizia in questo modo la battaglia per la sanatoria che vede le due realtà esistenti allora, il Coordinamento e il Comitato per la casa, trovare un’unità di intenti che li porterà a vincere una dura lotta che si caratterizza per le frequenti occupazioni sia del Comune di Roma, sia della Regione Lazio.1 Nel frattempo, il movimento cerca nuove strade per aumentare la quota di patrimonio pubblico.

 

Nel 1989, con il tre volte Ministro della Repubblica Franco Carraio, del Partito Socialista Italiano, eletto sindaco di Roma, vengono occupati, a Vigne Nuove, oltre 110 alloggi destinati alle forze dell’ordine. L’occupazione, pur in mancanza di acqua ed energia elettrica che viene prodotta tramite un generatore, resiste per oltre un anno, fino all’intervento massiccio dei futuri assegnatari che circondano, blindano ed isolano l’intera zona. Barricati sui terrazzi dei palazzi in centinaia, si contratta con il Comune di Roma che, alla fine, accetta di dare a tutti gli occupanti almeno l’assistenza alloggiativa. Sempre nel 1989 si consolidano le lotte che coinvolgono il Coordinamento e i Residence comunali, dove sono alloggiati oltre 2.000 nuclei in condizioni inumane e inaccettabili. Comincia la lotta per il diritto alla casa, attraverso la rivendicazione di nuove acquisizioni di alloggi per tutti gli aventi diritto. L’amministrazione comunale capisce di non potersi sottrarre al confronto quando, nella stessa mattinata, il blocco, per ore, di cinque arterie principali della città, provoca la paralisi totale della mobilità. Nonostante le cariche della Polizia al blocco sull’autostrada Roma-Fiumicino, si apre finalmente un confronto serio che porterà, ovviamente non subito, a prevedere il diritto alla casa popolare anche per coloro che vivono già in assistenza alloggiativa.

 

Nel 1990 il Movimento lancia la campagna contro i Mondiali di calcio, bloccando vari cantieri sino ad arrivare all’Olimpico. Lo scopo di questa campagna è di coagulare tutti i settori sociali intorno al Movimento, per consentire alla Roma città dei diritti negati, di esprimersi contro le speculazioni legate ai grandi cantieri. Sempre nel 1990, le realtà di lotta per la casa cominciano le occupazioni di interi blocchi delle case degli Enti. Avvengono sgomberi a ripetizione, a volte anche violenti, e comincia la stagione delle tendopoli che durano mesi e mesi, mentre contemporaneamente si lancia la proposta dell’autorecupero degli stabili comunali abbandonati, come una delle possibili soluzioni alla mancanza endemica di alloggi a canone popolare.2

 

Dal 1990 al 1996 si occupano nella città decine e decine di strutture abbandonate, si richiedono fondi per nuovi acquisti e si porta avanti la battaglia sull’autorecupero. Nel 1996 viene finalmente ratificata la Delibera che sblocca le politiche dell’abitare a Roma e che assegna, sui piani di zona e sui nuovi acquisti, il 66% degli alloggi all’emergenza abitativa e all’assistenza alloggiativa. Nel frattempo nascono i primi due progetti di autorecupero, via Isidoro del Lungo e Via Rigola. Ma questi provvedimenti, unici sul territorio nazionale, già non bastano più nel momento in cui cominciano ad essere operativi. Roma è cresciuta vertiginosamente in questi anni, e con la città anche il suo corpo sociale si è moltiplicato, trasformato, stratificato. Ci si trova di fronte a centinaia, migliaia di persone che richiedono una casa popolare.

 

Nel settembre del 1993, con Rutelli sindaco, nasce l’occupazione della FederImmobiliare ad Ostia: tre grandi palazzoni frutto della speculazione e abbandonati da oltre dieci anni. E’ la prima occupazione in cui vi è una forte presenza di migranti (circa il 40% degli occupanti è di 19 nazionalità diverse, su un totale di 220 nuclei familiari) e, soprattutto, segna la nascita di un laboratorio sociale di convivenza interculturale unico, in una situazione in cui il diritto alla casa per i migranti, in questo paese, non esiste affatto. Non erano previsti, infatti, alloggi popolari per i migranti residenti se non nel dispositivo della “reciprocità”, cioè veniva prevista la possibilità di dare alloggi solo a quei cittadini provenienti da Paesi nei quali era contemplata l’assegnazione di un alloggio di casa popolare agli italiani.

 

Un diritto tarato, dunque, su una composizione sociale lontana da quella dei flussi migratori reali, che da subito arrivano in Italia da paesi martoriati dalla guerra, impoveriti dalle politiche internazionali, da guerre e faide intestine, dalle dittature. Questa esperienza, da un lato, rompe il meccanismo che fino ad allora aveva governato la lotta per il diritto alla casa e che vedeva separate la componente migrante e quella italiana nelle lotte, mentre dall’altro anticipa nei fatti le trasformazioni reali che stava vivendo la città di Roma.

 

Dopo il 1996 il Coordinamento lancia la battaglia per il riconoscimento dello “stato di emergenza” nella città di Roma e da quel momento inizia una nuova dura fase di lotta che porta, nel settembre 1999, alla prima ratifica del “Protocollo sull’emergenza abitativa” che a Roma prevede 170 miliardi di vecchie lire per gli acquisti di nuove case popolari e in più i finanziamenti per altri sei progetti di autorecupero ed altri interventi in alcune periferie romane. I tempi di approvazione e di attuazione sono però infiniti e l’emergenza cresce.

 

Nel ’98 viene occupato l’ex-Commissariato di via Ostuni, nel quartiere popolare del Quarticciolo, nel 2000 uno stabile abbandonato non lontano, in via Serafini, a Cinecittà. E’ l’anno del Giubileo e i prezzi degli affitti subiscono un’impennata mostruosa, con aumenti oltre il 50% rispetto agli anni precedenti e, da quel momento in poi, questa resterà la media romana per l’affitto di un appartamento.

 

Nel gennaio 2001, prima dello scioglimento della Consiliatura Rutelli, che passerà alla storia orale dei baretti di Roma come “l’amico dei preti e dei palazzinari”, quello che ha privatizzato Roma “con le strisce blu per fare un favore alla moglie”, il Movimento occupa ancora la Sala del Consiglio Comunale. Il giorno dopo viene approvato in modo definitivo il Protocollo sull’emergenza abitativa. La sera stessa viene occupato l’Assessorato ai Lavori Pubblici della Regione Lazio e finalmente si ha la ratifica conclusiva del provvedimento. E’ una vittoria storica perché finalmente non si ricorre al patrimonio pubblico già esistente, ma vengono destinati fondi importanti per nuovi acquisti di patrimonio e per l’avvio di progetti di autorecupero. Tra gli alloggi da acquistare, nella Delibera sono indicati anche quelli dell’INPDAP al Tintoretto, perché nel frattempo il Governo nazionale decide di promuovere un piano di vendita del patrimonio immobiliare degli Enti pubblici per fare cassa. Su queste case si scatena però una campagna di puro stampo razzista, gestita dalle forze del centrodestra. Quelle del centrosinistra, invece, esclusa Rifondazione Comunista, si defilano, finché non viene approvato un comma, nella legge sulle cartolarizzazioni, che impedisce agli Enti locali di acquistare alloggi degli Enti Pubblici.

 

E’ il 2001 e Walter Veltroni viene eletto sindaco di Roma. Intanto l’emergenza, che nei fatti ancora aspetta di essere sanata, è ormai esplosa. Le tende, le baracche, la gente che dorme nelle automobili, tra i ruderi, sulle sponde del Tevere e dell’Aniene, italiani e migranti, non si contano più. I freddi e parziali dati dicono oltre 20.000 senza tetto, a cui si aggiungono i figli e figlie della liberalizzazione del mercato del lavoro, famiglie e singles che diventano o nascono precari, che si trovano a non poter più pagare affitti o mutui diventati altissimi a causa della liberalizzazione selvaggia del mercato, scoppiata con l’abolizione dell’equo canone nel ’92.3 Al Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa si uniscono altre migliaia di persone e nascono nuovi Movimenti di lotta, come Action (già DAC) e il Comitato di Lotta per la Casa.

 

Nel 2002 la situazione in città è diventata insostenibile e per il Coordinamento parte un nuovo, massiccio, ciclo di occupazioni. Si prendono palazzi vuoti come in via Bruno Pellizzi, scuole abbandonate come quella di Casalbertone, un ex-cinema, l’Impero, a Torpignattara e anche un ex-cinodromo, a Viale Marconi, sede oggi del Laboratorio del precariato metropolitano Acrobax Project.4

 

Il 2 giugno 2003 è la volta dell’occupazione dell’ ex-caserma del Porto Fluviale a via Ostiense, 150 nuclei familiari di italiani, maghrebini, sudamericani. Occupazioni che hanno portato alla riappropriazione di un diritto basilare da parte di centinaia e centinaia di persone tra studenti, famiglie, precari, migranti. E poi ancora, la tendopoli che, per oltre un mese, ha presidiato per la seconda volta le case del Tintoretto ancora vuote dopo anni, divenute per il Movimento il simbolo della speculazione e della lotta contro le cartolarizzazioni.5 Proprio grazie a questa battaglia si è aperta di nuovo, a livello nazionale, la possibilità per gli Enti locali di acquistare il patrimonio degli Enti Pubblici a prezzo agevolato. Ancora una volta si richiede con picchetti e tendopoli sotto al Comune, l’acquisizione di nuovo patrimonio pubblico e di nuove case popolari da assegnare alle migliaia di richiedenti con requisiti, in attesa nelle liste comunali, e alle persone che, nell’emergenza, hanno occupato stabili vuoti e abbandonati della città. Ancora una volta l’obiettivo della lotta per la casa è ottenere, oltre l’attuazione del protocollo precedente, una nuova Delibera che sblocchi davvero la situazione di emergenza abitativa della metropoli romana.

 

Arriviamo alla storia dei nostri giorni: nel 2004 si sta ancora concludendo l’assegnazione degli alloggi previsti dal protocollo sull’emergenza abitativa del 2001 (ci sono voluti 3 anni!) e stanno per partire i primi tre progetti di autorecupero previsti. I tempi della Politica locale e nazionale sono, nei fatti, inconciliabili con le emergenze della città, mentre gli effetti del sistema della privatizzazione e svendita del patrimonio pubblico degli Enti, le cartolarizzazioni, continuano a creare nuove esclusioni e nuovi esodi dei romani fuori dalla capitale, in periferia quando va bene, altrimenti in provincia. In questa metropoli si generano vere e proprie sacche di povertà e precarietà sempre più abissali e sempre più visibili. Gli sfratti per morosità e finita locazione a Roma sono quantificati in circa 15.000. Il Comune rilancia le politiche di assistenza alloggiativa e quei “residence” che già avevano dimostrato di essere delle carceri enormi e invivibili, autentiche ferite nella città e nelle vite di chi li abita, costruite per regalare ai privati e ai soliti palazzinari soldi pubblici, nell’ordine di migliaia di euro al mese. Nei fatti, alle richieste del movimento e al dramma sociale di migliaia di persone si contrappongono, ancora, l’assenza di concrete politiche nazionali sull’abitare e i ritardi dell’Amministrazione comunale.

 

A questo si aggiungono le pressanti richieste di sgomberi da parte della Prefettura, che gravano come macigni sulle vite delle persone sotto sfratto esecutivo, sulle occupazioni e sui movimenti di lotta per la casa. Come lo sgombero di due palazzine vuote nel comprensorio dell’ex-manicomio del S.Maria della Pietà, occupate nel 2004 e subito blindate dalla Polizia e dai Carabinieri in tenuta antisommossa. Sgomberate dopo ore e ore di trattative che, grazie alla determinazione degli occupanti e del movimento, hanno garantito comunque il diritto all’assistenza alloggiativa a centinaia di persone. O come il tentato sgombero di Viale Castrense, quando centinaia di persone erano pronte e determinate a resistere il più possibile dai tetti, dai balconi, dal giardino del palazzo, spingendo le Forze dell’Ordine a desistere dallo sgombero. In questo caso il Comune di Roma ha poi affittato, dal privato, l’immobile che tuttora è abitato dagli stessi occupanti aventi diritto. Ma nessun tentativo di repressione è riuscito in tutti questi anni a fermare le migliaia di persone che si sono autorganizzate intorno ad un bisogno ed hanno vinto nella rivendicazione del diritto alla casa. Anche gli sfratti, bloccati o rimandati dai picchetti antisfratto organizzati dai movimenti, sono decine.

 

Siamo al 2005. L’emergenza e la lotta non si arrestano: parte l’occupazione di via Campo Farnia a Cinecittà e nel novembre la tendopoli e poi l’occupazione di due stabili vuoti da anni e ristrutturati con soldi pubblici del Giubileo 2000, dell’ex-ipab S.Michele a Tormarancia, gestiti dalla Regione Lazio. L’occupazione di questi palazzi, e il dossier di denuncia, prodotto dal Coordinamento e dagli occupanti, ha contribuito in maniera determinante a rompere il velo di omertà che gravava sui traffici e le tangenti con cui la giunta Storace aveva impoverito le casse della sanità Regionale. La truffa del S.Michele, infatti, è un tassello fondamentale nella vicenda delle tangenti della ASL RmC, salita alla cronaca come “scandalo di Lady ASL”.6

 

E poi ancora le innumerevoli iniziative sotto al Campidoglio e le tendopoli sotto la Regione Lazio, le manifestazioni sotto ai Ministeri per il blocco degli sfratti e le occupazioni degli Assessorati responsabili del Patrimonio e delle politiche abitative.

 

Dal 15 al 19 febbraio 2005, una delegazione delle Nazioni Unite è in Italia per verificare il rispetto, da parte del nostro governo, del diritto alla casa, sancito dall’articolo 11 del “Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali”, sottoscritto dal nostro paese nel 1966, e ratificato con la legge 881 del 25 ottobre 1977. Per quattro giorni, questa delegazione internazionale ha incontrato gli amministratori locali, le associazioni di inquilini, i comitati di migranti e di rifugiati politici, i movimenti di lotta per la casa. Sotto osservazione le migliaia di sfratti, gli affitti inaccessibili, la vendita del patrimonio degli enti, le discriminazioni nei confronti dei cittadini migranti. Insomma, una vera e propria emergenza sociale. Mercoledì 16 è stata la giornata delle iniziative dei movimenti di lotta per la casa. Nella mattina e nel primo pomeriggio, la delegazione ONU ha fatto tappa in diverse occupazioni di casa e ha incontrato gli inquilini di complessi edilizi sotto sfratto o in odore di cartolarizzazione. Nel pomeriggio, un corteo di alcune migliaia di persone ha attraversato il centro. Studenti, precari, migranti fino in piazza del Campidoglio. “Alla delegazione dell’Onu – si legge in un comunicato del Coordinamento – abbiamo ricordato che, in questi anni, sono state le nostre lotte, dai picchetti anti-sfratto alle occupazioni, a “salvaguardare” concretamente un diritto riconosciuto dai trattati internazionali, ma violato dai singoli governi”.

 

Dopo anni di mobilitazioni dei movimenti di lotta per la casa, il Comune ratifica la delibera 110/05, la “Deliberazione programmatica sulle politiche abitative e sull’emergenza abitativa nell’area comunale romana”, che finalmente sblocca fondi e risorse per un piano di edilizia pubblica, convenzionata e sovvenzionata, dando parziale risposta ai bisogni della città di Roma e dei suoi abitanti. Una goccia nel mare, ma comunque un passo fondamentale. La delibera prevede che ogni municipio abbia una “casa dello sfrattato” che garantisca, in caso di necessità, il passaggio da casa in casa; prevede cambi di destinazione d’uso, la costruzione di interi lotti di case popolari, la costruzione nelle zone 167, l’acquisizione da parte del Comune di case degli Enti pubblici non ancora cartolarizzate, oltre all’elargizione di contributi all’affitto e a proposte di canone solidale.

 

Nel 2006, Walter Veltroni è riconfermato sindaco di Roma, mentre la realtà della città è ancora drammatica. Il fantasma dello sgombero e degli sfratti percorre le strade del centro e della periferia, gli affitti continuano ad essere inaccessibili, l’emergenza abitativa nella metropoli romana continua la sua lenta deflagrazione. Continua lo strapotere dei privati, dei costruttori e dei palazzinari, che in pochi decenni hanno sfigurato la città. Il cemento diffuso in maniera capillare continua ad impedire all’acqua di raggiungere il suo luogo naturale mentre continuano a ripetere che l’acqua è un bene a rischio e va privatizzata. Continuano a costruire case e a tenere migliaia di appartamenti vuoti per tenere alti gli affitti: case senza gente, gente senza case. Perché in fondo il mercato libero è questo, bilanciare ad arte domanda e offerta per fare profitti e non importa quanto ciò pesi sulla vita di milioni di persone. Si continuano a chiudere gli occhi sulla gente derubata da piccoli e grandi speculatori edilizi, che vive in doppia, in tripla, in quadrupla, che si affitta un cuscino a 300 euro. Si continua a non voler vedere che la gente si stipa a dozzine nelle case e poi si butta giù dalle finestre per sfuggire al fuoco, come la bengalese Mary Begun e suo figlio Hasib, 10 anni, morti nell’incendio di Piazza Vittorio il 13 gennaio 20077.

 

Nuove occupazioni del Coordinamento e dei movimenti di lotta continuano a portare avanti la lotta per un bisogno che dovrebbe essere garantito per tutti. Le ultime in ordine temporale sono quella di Porta Pia nella primavera 2007, un palazzo vuoto di proprietà dell’INPDAP,8 e quella di tre palazzine abbandonate di proprietà del Policlinico di Roma, in cui centinaia di persone in emergenza abitativa stanno costruendo, dal basso, una soluzione al proprio disagio.

 

Il 2008 e’ l’anno del delirio securitario. Il clima di paura che si respira nelle grandi città, Milano e Roma in testa, rende l’aria pesante. Veltroni si candida alla guida del neonato PD e vengono indette nuove elezioni. Prima della chiusura anticipata della consiliatura di Veltroni, i Movimenti scendono ancora in Piazza del Campidoglio, per vigilare sulla votazione del Piano Regolatore Generale di Roma. Alla richiesta di quel presidio, composto da migliaia di persone, di lasciar entrare in Consiglio una delegazione di cittadini per assistere alla votazione degli emendamenti, la Polizia e la Politica rispondono con le cariche e la blindatura della piazza. Diversi manifestanti rimangono feriti dalle manganellate. Con il nuovo PRG, il Comune di Roma prevede di costruire nei prossimi dieci anni 70 milioni di metri cubi di cemento su un territorio di 15 mila ettari. “Per dare un’idea: 1700 nuovi palazzi di 8 piani” (Report del 4/5/08). Una nuova città più grande di Napoli costituirà la nuova cintura periferica di Roma e sarà edificata dai soliti noti: Caltagirone, Toti, Mezzaroma, Ligresti.9 La destra di Alemanno vince le elezioni a sindaco di Roma, al Governo la coalizione di centro destra di Berlusconi, Bossi e Fini guida il paese.

 

 

 

Il Movimento di lotta per la casa continua le sue battaglie per il diritto all’abitare, insieme a tutti quei Comitati e a quei cittadini che non hanno mai smesso di sognare e praticare una città diversa, una vita diversa.

 

Contro chi ha fomentato e continua a fomentare l’individualismo, l’allarme sociale, l’incertezza, il bisogno paranoico di sicurezza, contro chi sistematicamente ci ripete a ogni passo il motto del progresso: fino a qui tutto bene, fino a qui tutto bene.

 

 

 

Rispondiamo che il problema non è la caduta, è l’atterraggio.

 

1 Sotto la sede della Regione Lazio viene organizzata una tendopoli che dura dal mese di luglio al settembre 2003, quando viene finalmente approvata la sanatoria.

 

2 La Legge Regionale sull’autorecupero è la n° 55 del ‘98. La norma prevede il riutilizzo, dopo il cambio di destinazione d’uso, di immobili pubblici inutilizzati, in prevalenza ex-scuole, che dopo la ristrutturazione vengono trasformati in alloggi di edilizia residenziali pubblica e destinati ad inquilini con i requisiti economici previsti dall’edilizia agevolata. Secondo la legge, le parti esterne e comuni sono a carico dell’amministrazione mentre le parti interne degli appartamenti sono a carico degli inquilini stessi riuniti in cooperativa.

 

3 Dal 1979 in poi il mercato degli affitti era controllato dal dispositivo dell’Equo Canone, che livellava gli affitti su costi sostenibili ad una fascia di inquilini a reddito medio-basso. Con la nascita dei patti in deroga nel 1992, invece, si apre la strada alla contrattazione non sostanziale, dove bastava cioè che i sindacati fossero fisicamente presenti al tavolo delle trattative per garantire l’equità delle condizioni. Così, con i sindacati a fare da “garanzia”, inizia l’adeguamento progressivo del canone ai prezzi di mercato e si avvia quel processo inesorabile, aggravato dall’approvazione della Legge 431/98, che detta la nuova disciplina delle locazioni degli immobili abitativi (canone libero e canone concordato), che porta gli affitti alle stelle.

 

n°16. L’articolo è disponibile anche all’indirizzo http://www.infoxoa.org/article.php?id=1203

 

5 Inquietante esempio di finanza creativa, la cartolarizzazione è un procedimento finanziario attraverso il quale lo Stato sta svendendo tutto il patrimonio immobiliare residenziale (e commerciale) di proprietà degli Enti Previdenziali, ENPALS, INAIL, INPDAI, INPDAP, INPS, IPOST, IPSEMA. La vendita del pacchetto edilizio di proprietà degli Enti Previdenziali pubblici era già stata decisa e sperimentata dal Governo D’Alema che, con la Circolare Salvi del 1999, cominciò a mettere in vendita il 25 % degli immobili degli Enti, ma è nell’autunno 2001 con il decreto-legge Tremonti (DL 351/01), poi convertito in legge il 25 settembre (Legge 401/01), che questo procedimento diventa operativo con la messa in vendita di circa 80.000 unità immobiliari (27.251 con la SCIP 1 e 53.241 con SCIP 2, la SCIP 3 riguarda invece le caserme). Il grosso del patrimonio in cartolarizzazione è concentrato a Roma e Milano. La vendita ai privati di questo enorme patrimonio edilizio pubblico sta, quindi, riconfigurando in maniera sostanziale il panorama della proprietà statale in un settore, come quello dell’abitare, già completamente devastato, durante gli anni ’90, dallo strapotere del libero mercato degli affitti e dal taglio definitivo dei fondi GESCAL per la costruzione di case popolari. Soffermandosi sulle banche coinvolte nel consorzio SCIP e nella gestione di questa colossale svendita del patrimonio pubblico ai privati il panorama è abbastanza inquietante: nella SCIP 1 erano coinvolte Banca IMI, Caboto-IntesaBCI, Deutsche Bank e Lehman Brothers International; nella SCIP 2 i Lead Manager dell’operazione sono stati: ABN AMRO, BNL, JP Morgan, Schroder Salomon Smith Barney (membro della Citygroup). L’operazione è quindi una colossale opera di finanziamento di alcuni di quei gruppi economici (soprattutto statunitensi) da tempo impegnati nell’assalto alla finanza europea e globale.

 

6 Nome con cui è salita alla ribalta la signora Anna Iannuzzi che per anni su questi palazzi ha ricevuto migliaia di euro dalla Regione per servizi che non sono mai stati erogati alla cittadinanza.

 

7 Nell’occasione, un presidio della comunità bengalese, dei Movimenti di lotta per la casa e della cittadinanza è stato violentemente sgomberato dalla Polizia in tenuta antisommossa. Diverse persone rimasero ferite anche in modo grave dopo le cariche. Eppure ad essere denunciati ancora una volta sono stati i cittadini, più di 30 persone, italiani e migranti, rischiano una condanna in tribunale. Solo per aver voluto portare un fiore di solidarietà a Mary e Hasib.

 

8 Sul sito dell’INPDAP leggiamo che circa il 70% del patrimonio immobiliare ad uso abitativo dell’ente è stato venduto, mentre quello ad uso non abitativo è stato venduto per il 20%. Si prevede la conclusione dell’intero processo di cartolarizzazione entro il 30 giugno 2008!

 

9 Il vecchio PRG non prevedeva tutte queste nuove costruzioni, ma con la formula dell’ Accordo di Programma, tutto è diventato possibile. Per variare il PRG infatti non basta una delibera del Comune e quindi nascono gli Accordi di programma: il Comune può trattare col privato e decidere a cosa cambiare destinazione, cosa conservare, variare, aumentare delle previsioni del vecchio piano e del nuovo piano. In parole povere tutte le regole saltano.