Coordinamento Cittadino Lotta per la Casa

Comunicati

I bisogni di tanti contro gli interessi di pochi

Manovra espansiva, la definisce il Sole 24 Ore, con il presidente di Confindustria Squinzi che plaude al coraggio di Renzi. La Legge di Stabilità varata dal Consiglio dei ministri e illustrata dal premier insieme al ministro Padoan tra frizzi e lazzi, con il consueto corollario di twitt, slide e hashtag è stata servita e inviata alla commissione dell’Unione Europea che dovrà verificarla.

La conferenza stampa di presentazione del provvedimento più significativo per la gestione economica del paese è sembrata più una performance da illusionista che un vero e proprio rendiconto delle intenzioni dell’esecutivo. Le illusioni, fornite a piene mani, sono la parte rilevante della manovra, mentre la sostanza si è concentrata verso il cosiddetto paese solvibile. Semplificando potremmo dire che ai poveri arrivano delle elemosine e al paese che sta bene, per ora, si riserva un trattamento di favore, confidando in un ritorno elettorale e in un sostegno duraturo. I 27 miliardi della Legge di Stabilità sanciscono, ancora una volta ed ancora di più, un aumento delle diseguaglianze e una scelta di campo ideologicamente e materialmente classista. Si escludono da ogni possibile attenzione milioni di persone che vengono giudicate improduttive, inutili ed elettoralmente perse. Il premier si erge esplicitamente a capo di una vera e propria fazione disposta anche “allo scontro fisico” pur di mantenere le proprie rendite di posizione, accrescere profitti e patrimoni, mentre una fascia sociale rilevante diventa sempre più fragile e distante.

Il Matteo nazionale” ha speso parole di fuoco per sottolineare l’inaccettabile condizione di milioni di bambini e bambine, per poi comportarsi come quel distinto signore che uscendo dalla chiesa lascia cadere una piccola moneta nel piattino di chi chiede un obolo. Il PD di Renzi risponde così alla domanda di Orfini di qualche tempo fa sul cuore sociale di questo partito. Una risposta drammaticamente inequivocabile di chi sta dalla parte benestante e può solo escogitare bonus per le povertà, mantenendo inalterato lo stato d’emergenza permanente che tanto piace alla rendita di questo paese.

In nome di una rinnovata fiducia e verso l’incentivazione di nuovi consumi, si determina l’idea di una ripartenza fortemente classista con tagli alla sanità e vistosi regali alla proprietà, al mercato e alle imprese. Dopo aver riformato violentemente le regole sul lavoro e sul welfare, con questa manovra si tira una riga definitiva sulle vite di un numero impressionante di persone, milioni di famiglie e di single che a parole si dice di voler tutelare, nei fatti vengono cancellate/i. Oltretutto quando questi uomini e queste donne si organizzano vengono repressi, limitati nei diritti, zittiti con arroganza e protervia. Anche la libera espressione del dissenso viene fortemente controllata e depotenziata.

Si interviene sulla tassazione per la prima casa e non solo, favorendo soltanto chi ha già garanzie e dimenticando coloro che un alloggio non hanno potuto acquistarlo e spesso nemmeno affittarlo, come capita a milioni di precari con redditiincostanti e insufficienti. In assenza di politiche abitative pubbliche e di fronte al fallimento del cosiddetto “piano casa” dell’ex ministro Lupi, sodale di prima grandezza del governo Renzi, ci si sarebbe aspettato ben altro. Si parla di intervento sulle case popolari dimenticando volutamente che già 500 milioni erano da appostare sul “piano” di cui sopra, pretestuosamente denominato provvedimento atto a limitare l’emergenza abitativa, per la manutenzione e la riqualificazione degli alloggi pubblici. Cosa mai avvenuta. Cosa si è concretizzato di quel piano? Le risorse destinate al solito grande evento “succhiasangue e devastacittà” di Expo 2015 e l’applicazione dell’odioso articolo 5. Con la Legge di Stabilità 2016 si percorre quindi sempre la stessa strada, guerra ai poveri e briciole per l’emergenza, sgravi fiscali e risorse per gli abbienti e per l’impresa.

È chiaro anche l’intento propagandistico dei soldi per il Giubileo all’indomani delle dimissioni del sindaco Marino. Un grande evento è sempre un affare e il fatto che cada mentre si deve preparare una campagna elettorale non è una cosa da gestire malamente. Quindi le risorse fino a ieri negate irrompono spettacolarmente – salvifiche – nella capitale, rappresentando in un certo senso –una dote – del governo verso l’election day della prossima primavera.

Roma come Torino, Bologna, Milano e Napoli andranno infatti alle elezioni a maggio prossimo. Questa Legge di Stabilità ha dentro di se anche questa necessità, raccontare al paese solvibile che la coalizione di governo non ha interesse alcuno nel modificare le condizioni di vita di chi ha superato più o meno indenne la bufera della crisi, oppure ne è uscito persino arricchito. Per fare questo l’ostilità verso gli insolventi deve diventare maggiormente visibile e palpabile. Bisogna eliminare ogni percezione di attenzione, al massimo si può coltivare l’istituto della pietà, foraggiando un terzo settore complice e corrotto o prevedendo minime risorse da destinare a bonus insignificanti, insufficienti e provvisori, oltretutto immaginati come strumenti di controllo e ricatto sulle persone.

Come ribaltare questo stato di cose? Come sfidare questo neoliberismo che regala 6 dei 27 miliardi della manovra ai ricchi mettendo tutto comunque al servizio del mercato e dell’impresa? Come rispondere a politiche economiche così faziose e insopportabili per milioni di persone? L’indebolimento generalizzato delle tutele, dei salari, della riproduzione sociale, dei diritti, è il prezzo da pagare per uscire dalla crisi? Davvero questa barca non si può rovesciare perché altrimenti moriremmo tutti e quindi puntare alla riduzione del danno, ad una ipotesi di sopravvivenza, rimane la sola via praticabile in attesa di cose rosse o coalizioni possibili? Noi non ne siamo affatto convinti.

La dichiarazione di guerra del premier è palese, così come è evidente che le numerose effervescenze sociali disseminate nel paese non hanno valore di contrasto da contrapporre, se non a livello locale. Pensare di percorrere ancora una volta ipotesi elettorali perdenti e comunque di governo della crisi significa non percepire il disagio dei poveri e lasciare questa pancia dolente nelle mani della destra fascio-leghista. Bisogna provare invece a scagliare la povertà sulla scena come oggetto contundente e ricompositivo, immaginando che l’apertura del Giubileo della Misericordia diventi lo spazio della rabbia e della dignità degli esclusi, della classe sociale che si vuole relegare nell’oblio e nella sfera delle elemosine. Pensare che sia una tornata elettorale primaverile a restituire la dignità che vorrebbero toglierci è illusorio e perdente: benvenuti negli Stati Uniti, dove chi vota rappresenta meno del cinquanta per cento della popolazione e decide per tutti, poveri compresi. A New York come a Ferguson.

La divaricazione degli interessi, dei bisogni, dei desideri è troppo forte per non esplicitarla, per non viverla come possibilità di trasformazione e liberazione. Prima i poveri, non è uno slogan. È un affermazione di appartenenza!

Movimenti per il diritto all’abitare

E ADESSO LE CASE - La determinazione dei movimenti è più forte delle minacce di sgombero

Il tavolo interistituzionale che si è tenuto ieri 12 ottobre in Prefettura ha visto la partecipazione degli assessori alla casa di Comune e Regione, Danese e Refrigeri e dei movimenti per il diritto all’abitare romani. La convocazione del Prefetto Gabrielli e la sua presenza all’incontro, nonostante la situazione decisamente complicata in città derivata dalle dimissioni del sindaco Marino, conferma l’urgenza della questione abitativa a Roma e afferma, per ora, la necessità che le problematiche sociali non possono essere oggetto di ordine pubblico.

Il confronto serio, strappato dalla determinazione con cui i movimenti hanno reagito alle minacce di sgombero dei giorni scorsi e dalle barricate erette dalle occupazioni, ha come base di ripartenza l’unico strumento credibile oggi sul piatto: la delibera regionale del gennaio 2014 con i suoi 197 milioni di euro destinati all’emergenza alloggiativa. Delibera conquistata con decine di mobilitazioni e occupazioni tra il 2012 e il 2013. Le risorse esistenti e finora non utilizzate finalmente sembrano in dirittura d’arrivo. L’intenzione manifestata dal Prefetto e sostenuta con decisione dall’assessore regionale, tiepidamente da quello comunale, che chi vive in emergenza dentro i residence, chi vive nelle occupazioni e chi è in graduatoria per un alloggio popolare deve vedersi assegnati gli alloggi che saranno realizzati con la delibera regionale, è l’importante risultato raggiunto dalla volontà dei movimenti di non mollare la presa.
Passare dalle intenzioni ai fatti sarà oggetto di un tavolo tecnico che a giorni verrà convocato dal Prefetto e che avrà il compito di affrontare le criticità e le soluzioni possibili. La situazione di un Comune commissariato non consente di sapere chi sederà per questo ente interessato al tavolo previsto, ma la delibera regionale appare viva e vegeta e potrà fare il suo corso. Quindi in teoria non ci sono ostacoli di sorta per avviare un percorso virtuoso. Abbiamo però assistito per mesi ad un balletto vergognoso intorno all'unico strumento credibile per affrontare l'emergenza abitativa, un gioco sporco finalizzato al depotenziamento della delibera stessa, alla sottrazione delle risorse esistenti, al mantenimento di una situazione di emergenza, probabilmente per gestire interessi clientelari e mafiosi in perfetta continuità con il sistema “mafia capitale”.

È chiaro che i movimenti non sederanno al tavolo considerandolo risolutivo. Non è una goccia nel deserto che elimina la siccità. A partire dal fallimentare cosiddetto “piano casa” nazionale del 2014, fino ad arrivare al “piano delle elemosine” per i bambini poveri, non c’è traccia di politiche abitative pubbliche degne di queste nome e di welfare di prossimità all’altezza della crisi dilagante. A fronte di un disagio sociale crescente si continua a far cadere briciole dal tavolo sotto forma di bonus misericordiosi, sarà che è l’anno del Giubileo. La delibera regionale del Lazio è un segnale in controtendenza, affronta l’emergenza con risorse vere e le destina ad alloggi e non a residence o contenitori del disagio, utili solo a foraggiare un terzo settore complice e corrotto. Oltretutto punta sul costruito e sulla rigenerazione urbana, evitando nuovo consumo di suolo e nuove cementificazioni.
Questo percorso avrà molti nemici. A partire da coloro che ritengono che le case disponibili vanno date “prima agli italiani”. Aver fatto invece questa battaglia con una composizione fortemente meticcia e aver affermato il diritto alla casa e alla residenza per ogni singolo abitante di questa città, aldilà della sua provenienza geografica, ottenendo il riconoscimento di questo diritto dentro un atto della pubblica amministrazione, rende ancora più grande il valore di questa lotta.

Ora il percorso prosegue. Nei prossimi giorni non ci troverete seduti ad un tavolo a contrattare alloggi come amministratori di condominio, ma saremo di nuovo nelle strade a difendere chi è sotto sfratto (nell'incontro di ieri abbiamo ribadito la necessità di una moratoria generalizzata), e nel centro della città per chiedere la cancellazione del piano casa e dell’odioso articolo 5. Lo faremo con i bambini e le bambine di decine di occupazioni romane e non solo, nella settimana di mobilitazione nazionale lanciata dalla rete Abitare nella crisi. L'appuntamento è venerdì 16 ottobre, a palazzo Chigi, alle ore 16, per dire a Renzi che non se lo può cavare con qualche soldo elargito verso bambini poveri. Ci vuole qualcosa di più serio che un partito delle elemosine per dare le risposte necessarie a milioni di persone impoverite da una lunga crisi di sistema.

Degage non è solo un palazzo

Non è stato un bel risveglio. Fin dalle prime luci dell’alba vedere quelle facce tirate dalla prepotenza di una vita, è quanto di più brutto ci si possa augurare. Abbiamo incontrato i ladri in casa, nei corridoi, nelle stanze a frugare tra i nostri vestiti con le loro mani sporche. I ladri quelli che rubano, non perché hanno fame, ma per difendere e arricchire chi si ingrassa con i nostri soldi, quelli della collettività che sta negli anfratti delle vie, nelle scuole che si sgretolano, nelle università che si svuotano, ma anche negli spazi e nelle case occupate dove costruiamo quotidianamente quella comunità differente che vorremmo riprodurre.

Lo sgombero dello studentato Degage è una provocazione per noi e per tutta la città. Non è solo un palazzo fatto di cemento e mattoni, è un’idea a cui abbiamo dato vita. Un’esperienza che, senza contorni definiti, ha voluto allontanare ricette politiche e facili retoriche per sperimentare come e perché vivere insieme e rendere una comunità riproducibile al di fuori di sè. Riproducibile nelle modalità di approccio alla realtà e non perché come monolite dovrebbe dispiegarsi sempre uguale a se stessa. Chi è passato a sentire le nostre chiacchiere e chi si è trovato a vivere con noi le lotte, sa che nessuno di noi è uguale all’altro e spesso questo ci fa discutere, che tutto tra di noi può succedere e che l’imprevedibilità spesso c’ha salvato, che anche chi ci odia può trovare sempre una mano tesa e che però è molto facile farci incazzare, ma soprattutto sa che abbiamo tanto ancora da dimostrare e da creare. Pensiamo di poter riprodurre quello che siamo perché siamo capaci di plasmare le nostre convinzioni con umiltà, ogni volta che ci imbattiamo nelle contraddizioni di questa realtà e nei diseredati che se le vivono. E sappiamo che spesso la forza propulsiva, la convinzione, la voglia di libertà arriva proprio da lì, come le possibili forme di autorganizzazione. Siamo cresciuti durante l’onda, il 14 dicembre, il 15 ottobre, in val di Susa e nelle periferie della città e del paese. Dalle prime abbiamo appreso la potenza e i limiti della politica di movimento, dalla seconda la rabbia del vivere quotidiano.

Tutto questo non può essere cancellato attraverso un semplice sgombero, è folle che qualcuno l’abbia pensato e l’assemblea di ieri al  3serrande occupato ne è una dimostrazione che c’ha dato tanta forza. In tanti e tante hanno raggiunto l’assemblea e hanno partecipato al corteo. Siamo sicuri di aver raccolto quel poco che abbiamo seminato e anche che tutto questo non è sufficente per invertire la rotta di chi ci ha dichiarato guerra. In un contesto cittadino ormai a dir poco ridicolo, in cui la democrazia è diventata spartizione organizzata di risorse e poteri tra re, valvassori e valvassini, le forze di polizia optano per colpire e zittire chi potrebbe risultare un problema o semplicemente un esempio concreto di come vivere senza essere schiavi dell’affitto, del contratto a chiamata, della disoccupazione, delle bollette sempre troppo care.

Il sistema Mafia Capitale della città riempie le tasche di palazzinari, capi di cooperative più o meno grandi (prima legate all’estrema destra come alla sinistra e ora alle associazioni di Comunione e Liberazione amiche di Renzi), di politici, banchieri e amministratori vari ma è anche un sistema di controllo, di schiavitù. Chi ha fame, chi vuole una vita differente dipende da questa gente, da quella che ha in mano i soldi e li può distribuire e quale più grande potere può esserci se non quello di poter disporre della vita di migliaia di persone? Quale?

L’autorganizzazione, la riappropriazione, la resistenza nei territori è la possibilità attraverso la lotta di rompere quell’anello di schiavitù che ci lega a questo sistema.

Lo sgombero di uno studentato, di uno spazio sociale, di un’occupazione abitativa rappresenta l’aggiunta di nuovi anelli alla catena e questo non possiamo permetterlo. Ieri con il corteo che ha sfilato per le strade della città abbiamo solo annunciato che se “ci levate dalle case, ci troverete nelle strade” e abbiamo tutta l’intenzione di farlo! Invitiamo tutta la città a unirsi a noi, a spezzare la catena degli sgomberi, a spezzare la catena del potere sopra di noi. Siamo il mondo di sotto e ci riprenderemo tutto.

 

Dopo l'infame sgombero di Martedì mattina continuiamo a rispondere a
questo attacco a chi si organizza per riprendersi ciò che gli spetta!

 VENERDÌ 28 AGOSTO
 dalle 18-⁠Piazza dell’Immacolata (S.Lorenzo)
 APERITIVO, BRACIOLATA e INFOPOINT Degage
 a seguire proiezione doc “Degage si Barrica!”

 LUNEDÌ 31 AGOSTO
 ore 17-⁠TreSerrandeOccupato (Città Universitaria)
 ASSEMBLEA PUBBLICA verso il corteo del 4 Settembre

 MARTEDÌ 1 SETTEMBRE
 La Palestra Antifascita di Degage nelle strade...

 VENERDÌ 4 SETTEMBRE
 ore 18-⁠Piazzale Tiburtino (S.Lorenzo)
 Corteo Cittadino
 Questa non è la fine ma solo un nuovo inizio...

a breve maggiori info

evento fb: https://www.facebook.com/events/435109313355294/
Comunicati sgombero Degage: https://casaxtutti.wordpress.com/2015/08/26/sgombero-dello-studentato-occupato-degage/
https://casaxtutti.wordpress.com/2015/08/27/degage-non-e-solo-un-palazzo/
Azione sede della Casa della Trasparenza di Parnasi:
https://casaxtutti.wordpress.com/2015/08/27/degage-occupa-la-sede-della-casa-della-trasparenza-di-parnasi/

 

24 GENNAIO, CREMONA: L'ANTIFASCISMO NON É REATO!

Il 24 gennaio un corteo di migliaia di persone percorse le strade di Cremona dimostrando con rabbia e determinazione il rifiuto verso la presenza di Casapound in città e, nello specifico, la solidarietà verso Emilio e i compagni del Dordoni aggrediti una settimana prima da una 60ina di fascisti arrivati anche da città limitrofe. Emilio ha passato mesi in coma farmacologico per le ferite ricevute durante l'aggressione del 17 gennaio.

Nella mattinata di oggi, giovedì 11 giugno, due compagni sono stati arrestati con l'accusa di aver "lanciato un fumogeno verso la polizia" e di aver "sfondato la vetrina di una banca": si profila, quindi, ancora una volta, l'accusa di devastazione e saccheggio come già avvenuto per i due arresti del 31 marzo scorso. L'operazione poliziesca di oggi, che porta in carcere un compagno di Brescia e uno di Lecce studente a Bologna, si inserisce nel quadro repressivo partito proprio il 31 marzo, con le prime ordinanze emesse in seguito al corteo, e passato per il 7 aprile, quando vari compagni del Dordoni, compreso lo stesso Emilio, furono arrestati per aver preso parte a quella che la questura cremonese ha definito una rissa fra opposti estremismi e che in realtà è una vera e propria aggressione squadrista.

Ancora una volta ricompare la pesantissima accusa di devastazione e saccheggio che, come già noto, deriva dal Codice Rocco, promulgato dal regime fascista in un periodo di guerra civile. Questa accusa viene utilizzata sempre più spesso per reprimere i momenti di conflittualità di piazza: rispolverata per Genova 2001, utilizzata per la resistenza effettuta dai compagni e le compagne in piazza San Giovanni, a Roma, il 15 Ottobre 2011, e oggi sbandierata per reprimere l'antifascismo militante.
Devastazione e saccheggio è ciò che viviamo tutti i giorni da anni in Val Susa, dove si vuole sventrare una montagna per farci passare un treno ad alta velocità, oppure a San Foca, nel Salento,  dove si vuole far approdare un inutile gasdotto, o ancora in ogni città e in ogni quartiere dove migliaia di famiglie vengono sfrattate e buttate per strada, o sgomberate se provano a riappropriarsi di spazi abbandonati per soddisfare i propri bisogni primari. Allo stesso modo, ancora oggi siamo  costretti, a distanza di 70 anni dalla Resistenza al nazi-fascismo, ad affrontare nelle strade la feccia fascista che trova nella politica istituzionale e in settori del capitalismo agibilità e finanziamenti.
Noi, come i compagni colpiti dalla repressione, abbiamo operato una scelta di vita: abbiamo deciso di non restare a guardare, ma di opporci alla devastazione dei nostri territori e al saccheggio delle nostre vite.

Siamo coscienti che il prezzo da pagare è e sarà alto. Ma non per questo ci faremo intimorire o rallentare.
Solidarietà piena e incondizionata a Matteo e Mauro, arrestati quest'oggi.
Li vogliamo liberi subito!

Da Roma vogliamo rilanciare il presidio di solidarietà convocato per le 19 di oggi in piazza Verdi a Bologna.

MATTEO LIBERO!
MAURO LIBERO!
LIBERTA' PER TUTT*!


compagni e compagne di Roma

Ponte Mammolo, il potere logora la città


L’11 maggio alle ore 9 circa del mattino polizia municipale, celere e digos con blindati e ruspe al seguito si presentano alla cosiddetta baraccopoli di via delle Messi D’Oro, collocata dietro la stazione di Ponte Mammolo. Si tratta di un insediamento presente sul territorio da circa quindici anni, e abitato in prevalenza da migranti eritrei. In una porzione più piccola, si trovano anche sudamericani e Rom. Lo sgombero avviene ai danni della porzione eritrea del campo, che in quel momento ospita all’incirca 400 persone. Tracciare dei numeri precisi è tutt’altro che semplice, dato che molti sono viaggiatori in transito arrivati da poche ore o giorni da Lampedusa o dalla Sicilia dopo gli sbarchi, ed intenzionati a cercare di raggiungere il Nord Europa senza essere identificati in Italia. Altri, oramai da anni, hanno intrapreso il percorso dell’asilo politico, ma sono stati di fatto abbandonati.

Lo sgombero, attuato con la forza e senza dare un esatto preavviso, ha costretto alcuni migranti usciti per andare al lavoro a tornare di corsa trovando i propri effetti personali e anche i documenti sepolti sotto le macerie create dalle ruspe. Di fronte alla resistenza opposta dagli abitanti dell’insediamento, ci sono state violente cariche e anche l’arresto di un migrante che, secondo le poche notizie trapelate, è stato tradotto in carcere in isolamento per aggressione, e impossibilitato per diverse ore a nominare un avvocato.

Sgombero a ponte mammoloFin dalle prime ore i solidali e i cittadini accorsi a Ponte Mammolo per portare solidarietà e aiuti di prima necessità agli sgomberati hanno tenuto assemblee ed incontri con i migranti per comprendere quali passi intraprendere, e come inchiodare le istituzioni ad assumersi la responsabilità per uno sgombero giustificato ipocritamente con la necessità di intervenire rispetto alle condizioni igienico-sanitarie della baraccopoli, salvo poi lasciare per strada senza acqua, cibo, bagni centinaia di persone.

Mercoledì 13, nel pomeriggio ci siamo mobilitati insieme ai rifugiati in occasione della visita del neo-prefetto Franco Gabrielli al IV Municipio per chiedere conto dello sgombero, della condizione di abbandono in cui sono stati lasciati i migranti cacciati dalle proprie case e delle soluzioni da mettere in campo per stanziali e transitanti. Come prevedibile, la risposta delle istituzioni è stata nulla.

Se da un lato si sono promesse generiche soluzioni per i rifugiati già stanziali, nessuna tempistica è stata data per la riallocazione nel circuito dell’accoglienza (definito dalle stesse istituzioni presenti “al collasso”), né soluzioni immediate per chi a tutt’oggi vive nel piazzale della metro di Ponte Mammolo (tra cui molte famiglie con bambini, minori non accompagnati e persone che avrebbero bisogno di cure mediche immediate). Con un atteggiamento alquanto nervoso, durante l’incontro a cui hanno partecipato gli sgomberati, i movimenti e le associazioni “specialiste del settore”, le istituzioni e in particolare il Prefetto hanno anche negato la propria responsabilità politica sullo sgombero, benché sia emerso come sia stato deciso e sollecitato dall’assessorato di quella stessa Francesca Danese che sui giornali parla di riallocazione per tutti i migranti, affermando di aver sanato una situazione di degrado per ripristinarne una più dignitosa. La verità è che solo 70 degli sgomberati sono entrati in tarda mattinata nel centro di accoglienza Baobab, noto tra l’altro alle cronache per l’inchiesta su Mafia Capitale (altro che discontinuità), che ha poi preso in carico altre 130 persone, prevalentemente transitanti ma non provenienti da Ponte Mammolo. Rispetto alla lista degli aventi diritto secondo l’assessorato, resa nota in serata, dal centro di via Cupa sono rimaste fuori altre 70 persone, finite per strada insieme ad altri 200 sgomberati non censiti. In tanti hanno rifiutato di tornare al centro Baobab, da cui erano scappati in passato preferendo accamparsi in baracche di fortuna.

Un ulteriore elemento che testimonia la totale irresponsabilità delle istituzioni, venute sul posto solo per fare lo show a favore di telecamere, riguarda la bomba ecologica creata per l’intero quartiere Tiburtino. Il presidente del IV Municipio Sciascia, che nei giorni precedenti allo sgombero si è opposto fermamente a qualunque soluzione alternativa nel territorio, di fronte alle domande di cittadini, giornalisti e attivisti presenti sul campo ha continuato a negare la presenza di amianto nell’insediamento, e che quindi l’abbattimento in corso non stava provocando alcun rischio ambientale. Peccato che un operatore che ha partecipato al periodico meeting che si teneva all’ASL per vagliare le condizioni igienico-sanitarie del campo ha confermato a più riprese che 3 giorni prima dello sgombero, tra i fattori di rischio da tenere in considerazione per un possibile “trasferimento” e per la bonifica del terreno (di proprietà demaniale), è stato menzionato proprio l’amianto nelle tettoie delle baracche, costruite con materiali di risulta. Una sostanza le cui polveri sono mortali, che è stata lasciata all’aria aperta senza alcuna precauzione e senza avvertire le vicine case popolari. Presenza che è stata confermata nell’incontro di mercoledì con il prefetto Franco Gabrielli, lo staff della Danese e il presidente del IV Municipio Sciascia, parlando di un presunto smaltimento che sarebbe avvenuto senza che nessuno l’abbia però notato, e senza offrire alcuna tempistica certa sulla bonifica della discarica lasciata dalle ruspe.

Intanto, iene e sciacalli si sono assiepati in queste ore a Ponte Mammolo per speculare ancora una volta mediaticamente, politicamente ed economicamente sui corpi dei/delle migranti. Cooperative, associazioni parte della gestione dell’emergenza, da un lato, politicanti bipartisan e giornalisti alla ricerca dello scandalo sulla pelle del criminalizzato di turno. Molto più forte e significativa è stata invece la solidarietà spontanea, dal basso del quartiere e soprattutto delle vicine occupazioni, che hanno garantito il livello umanitario di base recuperando la matrice operaia e solidale del quartiere Tiburtino, le cui case popolari sono nate dalle lotte dei baraccati, le cosiddette “case delle sette lire”. Non sono mancati certo i discorsi contraddittori e apertamente razzisti, da disinnescare nella quotidianità del lavoro delle reti territoriali, delle occupazioni e degli spazi sociali presenti sul territorio.

L’arroganza e l’inanità delle istituzioni dimostrano due aspetti: il primo, di carattere generale, è che la partita dirimente si gioca intorno alla contrapposizione legalità vs diritti, dove chi non ha “titolo” diventa il caprio espiatorio delle politiche di austerità, a costo di calpestare i diritti più basilari. Un attacco preordinato nei confronti della povertà, a cui assistiamo quotidianamente con le politiche migratorie di Italia e Ue, la negazione delle residenze agli occupanti (e quindi del diritto alla salute e all’istruzione, l’impedimento del rinnovo del permesso di soggiorno), la violenza con cui vengono eseguiti gli sfratti e gli sgomberi nelle case popolari militarizzando interi quartieri, la rivendicazione (e difesa manu militari) di grandi opere e riforme che non fanno altro che imporre un modello di precarietà di vita che rende l’accesso alle risorse riservate “a chi ha titolo e credito”, escludendo una fetta sempre più ampia della popolazione, milioni di non solvibili.

Il secondo aspetto è il conclamato fallimento della gestione del sistema di accoglienza basato esclusivamente sulle tante emergenze create e gestite da cooperative e crogioli di interessi politico-economici compiacenti. Al prevalere dell’ipotesi “legalità vs diritti”, infatti, ha corrisposto anche un taglio deciso dell’ipotesi di gestione delle risorse riservate a questi bacini di interesse, diventati oltretutto scomodi sul piano dell’opinione pubblica in quanto veri e propri buchi neri di corruzione, malaffare ed interessi mafiosi (come ha dimostrato Mafia Capitale, le cui emanazioni peraltro continuano a gestire centri di accoglienza, C.A.A.T e a speculare sul business dei campi).

Di fronte a questo duplice scenario, ribadiamo ancora una volta che nostro interesse è essere parte del problema per il partito della precarietà, del manganello e della legalità ad ogni costo da un lato, e dalla gestione delle emergenze dall’altro. Come dimostrano le scintille del Bronx di Torrevecchia, il corteo del 25 aprile che ha attraversato Tor Sapienza, la stessa mobilitazione dei migranti sgomberati, la resistenza opposta a sfratti e sgomberi di case popolari e spazi sociali, la prateria può essere incendiata dalle solidarietà e dal calore delle lotte, senza aspettarsi nulla da istituzioni che hanno interesse a sedersi solo con chi è interessato a spartirsi il business delle emergenze o, al più, a gestirle di concerto con gli interessi politici del momento.

Noi dal nostro canto non possiamo che ribadire solidarietà a tutti i/le sgomberati/e di Ponte Mammolo e a invitare tutti e tutte ad unirsi ai percorsi di lotta meticci e solidali che portiamo avanti ogni giorno, per riprenderci casa, diritti e dignità. Ci vediamo nelle strade, nei prati e nei boschi.

#Romasibarrica

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