Coordinamento Cittadino Lotta per la Casa

Comunicati

24 GENNAIO, CREMONA: L'ANTIFASCISMO NON É REATO!

Il 24 gennaio un corteo di migliaia di persone percorse le strade di Cremona dimostrando con rabbia e determinazione il rifiuto verso la presenza di Casapound in città e, nello specifico, la solidarietà verso Emilio e i compagni del Dordoni aggrediti una settimana prima da una 60ina di fascisti arrivati anche da città limitrofe. Emilio ha passato mesi in coma farmacologico per le ferite ricevute durante l'aggressione del 17 gennaio.

Nella mattinata di oggi, giovedì 11 giugno, due compagni sono stati arrestati con l'accusa di aver "lanciato un fumogeno verso la polizia" e di aver "sfondato la vetrina di una banca": si profila, quindi, ancora una volta, l'accusa di devastazione e saccheggio come già avvenuto per i due arresti del 31 marzo scorso. L'operazione poliziesca di oggi, che porta in carcere un compagno di Brescia e uno di Lecce studente a Bologna, si inserisce nel quadro repressivo partito proprio il 31 marzo, con le prime ordinanze emesse in seguito al corteo, e passato per il 7 aprile, quando vari compagni del Dordoni, compreso lo stesso Emilio, furono arrestati per aver preso parte a quella che la questura cremonese ha definito una rissa fra opposti estremismi e che in realtà è una vera e propria aggressione squadrista.

Ancora una volta ricompare la pesantissima accusa di devastazione e saccheggio che, come già noto, deriva dal Codice Rocco, promulgato dal regime fascista in un periodo di guerra civile. Questa accusa viene utilizzata sempre più spesso per reprimere i momenti di conflittualità di piazza: rispolverata per Genova 2001, utilizzata per la resistenza effettuta dai compagni e le compagne in piazza San Giovanni, a Roma, il 15 Ottobre 2011, e oggi sbandierata per reprimere l'antifascismo militante.
Devastazione e saccheggio è ciò che viviamo tutti i giorni da anni in Val Susa, dove si vuole sventrare una montagna per farci passare un treno ad alta velocità, oppure a San Foca, nel Salento,  dove si vuole far approdare un inutile gasdotto, o ancora in ogni città e in ogni quartiere dove migliaia di famiglie vengono sfrattate e buttate per strada, o sgomberate se provano a riappropriarsi di spazi abbandonati per soddisfare i propri bisogni primari. Allo stesso modo, ancora oggi siamo  costretti, a distanza di 70 anni dalla Resistenza al nazi-fascismo, ad affrontare nelle strade la feccia fascista che trova nella politica istituzionale e in settori del capitalismo agibilità e finanziamenti.
Noi, come i compagni colpiti dalla repressione, abbiamo operato una scelta di vita: abbiamo deciso di non restare a guardare, ma di opporci alla devastazione dei nostri territori e al saccheggio delle nostre vite.

Siamo coscienti che il prezzo da pagare è e sarà alto. Ma non per questo ci faremo intimorire o rallentare.
Solidarietà piena e incondizionata a Matteo e Mauro, arrestati quest'oggi.
Li vogliamo liberi subito!

Da Roma vogliamo rilanciare il presidio di solidarietà convocato per le 19 di oggi in piazza Verdi a Bologna.

MATTEO LIBERO!
MAURO LIBERO!
LIBERTA' PER TUTT*!


compagni e compagne di Roma

Ponte Mammolo, il potere logora la città


L’11 maggio alle ore 9 circa del mattino polizia municipale, celere e digos con blindati e ruspe al seguito si presentano alla cosiddetta baraccopoli di via delle Messi D’Oro, collocata dietro la stazione di Ponte Mammolo. Si tratta di un insediamento presente sul territorio da circa quindici anni, e abitato in prevalenza da migranti eritrei. In una porzione più piccola, si trovano anche sudamericani e Rom. Lo sgombero avviene ai danni della porzione eritrea del campo, che in quel momento ospita all’incirca 400 persone. Tracciare dei numeri precisi è tutt’altro che semplice, dato che molti sono viaggiatori in transito arrivati da poche ore o giorni da Lampedusa o dalla Sicilia dopo gli sbarchi, ed intenzionati a cercare di raggiungere il Nord Europa senza essere identificati in Italia. Altri, oramai da anni, hanno intrapreso il percorso dell’asilo politico, ma sono stati di fatto abbandonati.

Lo sgombero, attuato con la forza e senza dare un esatto preavviso, ha costretto alcuni migranti usciti per andare al lavoro a tornare di corsa trovando i propri effetti personali e anche i documenti sepolti sotto le macerie create dalle ruspe. Di fronte alla resistenza opposta dagli abitanti dell’insediamento, ci sono state violente cariche e anche l’arresto di un migrante che, secondo le poche notizie trapelate, è stato tradotto in carcere in isolamento per aggressione, e impossibilitato per diverse ore a nominare un avvocato.

Sgombero a ponte mammoloFin dalle prime ore i solidali e i cittadini accorsi a Ponte Mammolo per portare solidarietà e aiuti di prima necessità agli sgomberati hanno tenuto assemblee ed incontri con i migranti per comprendere quali passi intraprendere, e come inchiodare le istituzioni ad assumersi la responsabilità per uno sgombero giustificato ipocritamente con la necessità di intervenire rispetto alle condizioni igienico-sanitarie della baraccopoli, salvo poi lasciare per strada senza acqua, cibo, bagni centinaia di persone.

Mercoledì 13, nel pomeriggio ci siamo mobilitati insieme ai rifugiati in occasione della visita del neo-prefetto Franco Gabrielli al IV Municipio per chiedere conto dello sgombero, della condizione di abbandono in cui sono stati lasciati i migranti cacciati dalle proprie case e delle soluzioni da mettere in campo per stanziali e transitanti. Come prevedibile, la risposta delle istituzioni è stata nulla.

Se da un lato si sono promesse generiche soluzioni per i rifugiati già stanziali, nessuna tempistica è stata data per la riallocazione nel circuito dell’accoglienza (definito dalle stesse istituzioni presenti “al collasso”), né soluzioni immediate per chi a tutt’oggi vive nel piazzale della metro di Ponte Mammolo (tra cui molte famiglie con bambini, minori non accompagnati e persone che avrebbero bisogno di cure mediche immediate). Con un atteggiamento alquanto nervoso, durante l’incontro a cui hanno partecipato gli sgomberati, i movimenti e le associazioni “specialiste del settore”, le istituzioni e in particolare il Prefetto hanno anche negato la propria responsabilità politica sullo sgombero, benché sia emerso come sia stato deciso e sollecitato dall’assessorato di quella stessa Francesca Danese che sui giornali parla di riallocazione per tutti i migranti, affermando di aver sanato una situazione di degrado per ripristinarne una più dignitosa. La verità è che solo 70 degli sgomberati sono entrati in tarda mattinata nel centro di accoglienza Baobab, noto tra l’altro alle cronache per l’inchiesta su Mafia Capitale (altro che discontinuità), che ha poi preso in carico altre 130 persone, prevalentemente transitanti ma non provenienti da Ponte Mammolo. Rispetto alla lista degli aventi diritto secondo l’assessorato, resa nota in serata, dal centro di via Cupa sono rimaste fuori altre 70 persone, finite per strada insieme ad altri 200 sgomberati non censiti. In tanti hanno rifiutato di tornare al centro Baobab, da cui erano scappati in passato preferendo accamparsi in baracche di fortuna.

Un ulteriore elemento che testimonia la totale irresponsabilità delle istituzioni, venute sul posto solo per fare lo show a favore di telecamere, riguarda la bomba ecologica creata per l’intero quartiere Tiburtino. Il presidente del IV Municipio Sciascia, che nei giorni precedenti allo sgombero si è opposto fermamente a qualunque soluzione alternativa nel territorio, di fronte alle domande di cittadini, giornalisti e attivisti presenti sul campo ha continuato a negare la presenza di amianto nell’insediamento, e che quindi l’abbattimento in corso non stava provocando alcun rischio ambientale. Peccato che un operatore che ha partecipato al periodico meeting che si teneva all’ASL per vagliare le condizioni igienico-sanitarie del campo ha confermato a più riprese che 3 giorni prima dello sgombero, tra i fattori di rischio da tenere in considerazione per un possibile “trasferimento” e per la bonifica del terreno (di proprietà demaniale), è stato menzionato proprio l’amianto nelle tettoie delle baracche, costruite con materiali di risulta. Una sostanza le cui polveri sono mortali, che è stata lasciata all’aria aperta senza alcuna precauzione e senza avvertire le vicine case popolari. Presenza che è stata confermata nell’incontro di mercoledì con il prefetto Franco Gabrielli, lo staff della Danese e il presidente del IV Municipio Sciascia, parlando di un presunto smaltimento che sarebbe avvenuto senza che nessuno l’abbia però notato, e senza offrire alcuna tempistica certa sulla bonifica della discarica lasciata dalle ruspe.

Intanto, iene e sciacalli si sono assiepati in queste ore a Ponte Mammolo per speculare ancora una volta mediaticamente, politicamente ed economicamente sui corpi dei/delle migranti. Cooperative, associazioni parte della gestione dell’emergenza, da un lato, politicanti bipartisan e giornalisti alla ricerca dello scandalo sulla pelle del criminalizzato di turno. Molto più forte e significativa è stata invece la solidarietà spontanea, dal basso del quartiere e soprattutto delle vicine occupazioni, che hanno garantito il livello umanitario di base recuperando la matrice operaia e solidale del quartiere Tiburtino, le cui case popolari sono nate dalle lotte dei baraccati, le cosiddette “case delle sette lire”. Non sono mancati certo i discorsi contraddittori e apertamente razzisti, da disinnescare nella quotidianità del lavoro delle reti territoriali, delle occupazioni e degli spazi sociali presenti sul territorio.

L’arroganza e l’inanità delle istituzioni dimostrano due aspetti: il primo, di carattere generale, è che la partita dirimente si gioca intorno alla contrapposizione legalità vs diritti, dove chi non ha “titolo” diventa il caprio espiatorio delle politiche di austerità, a costo di calpestare i diritti più basilari. Un attacco preordinato nei confronti della povertà, a cui assistiamo quotidianamente con le politiche migratorie di Italia e Ue, la negazione delle residenze agli occupanti (e quindi del diritto alla salute e all’istruzione, l’impedimento del rinnovo del permesso di soggiorno), la violenza con cui vengono eseguiti gli sfratti e gli sgomberi nelle case popolari militarizzando interi quartieri, la rivendicazione (e difesa manu militari) di grandi opere e riforme che non fanno altro che imporre un modello di precarietà di vita che rende l’accesso alle risorse riservate “a chi ha titolo e credito”, escludendo una fetta sempre più ampia della popolazione, milioni di non solvibili.

Il secondo aspetto è il conclamato fallimento della gestione del sistema di accoglienza basato esclusivamente sulle tante emergenze create e gestite da cooperative e crogioli di interessi politico-economici compiacenti. Al prevalere dell’ipotesi “legalità vs diritti”, infatti, ha corrisposto anche un taglio deciso dell’ipotesi di gestione delle risorse riservate a questi bacini di interesse, diventati oltretutto scomodi sul piano dell’opinione pubblica in quanto veri e propri buchi neri di corruzione, malaffare ed interessi mafiosi (come ha dimostrato Mafia Capitale, le cui emanazioni peraltro continuano a gestire centri di accoglienza, C.A.A.T e a speculare sul business dei campi).

Di fronte a questo duplice scenario, ribadiamo ancora una volta che nostro interesse è essere parte del problema per il partito della precarietà, del manganello e della legalità ad ogni costo da un lato, e dalla gestione delle emergenze dall’altro. Come dimostrano le scintille del Bronx di Torrevecchia, il corteo del 25 aprile che ha attraversato Tor Sapienza, la stessa mobilitazione dei migranti sgomberati, la resistenza opposta a sfratti e sgomberi di case popolari e spazi sociali, la prateria può essere incendiata dalle solidarietà e dal calore delle lotte, senza aspettarsi nulla da istituzioni che hanno interesse a sedersi solo con chi è interessato a spartirsi il business delle emergenze o, al più, a gestirle di concerto con gli interessi politici del momento.

Noi dal nostro canto non possiamo che ribadire solidarietà a tutti i/le sgomberati/e di Ponte Mammolo e a invitare tutti e tutte ad unirsi ai percorsi di lotta meticci e solidali che portiamo avanti ogni giorno, per riprenderci casa, diritti e dignità. Ci vediamo nelle strade, nei prati e nei boschi.

#Romasibarrica

11 e 12 maggio: due giornate per affermare ancora una volta che “il 15 ottobre 2011 c’eravamo tutte e tutti”

L’11 e il 12 maggio sono state giornate importanti di solidarietà con le persone imputate nel processo per la giornata di lotta del 15 ottobre 2011 a Roma.

Durante l’udienza di lunedì 11 maggio il P.M. avrebbe dovuto continuare la requisitoria finale, interrotta dalla difesa lo scorso 27 Febbraio, ma così non è stato.
Ci eravamo lasciati a una requisitoria farsa affidata completamente alle immagini di un filmato.
Un montaggio stile giornalismo d’assalto, che va tanto di moda oggi, sugli avvenimenti avvenuti il 15 ottobre per le strade di Roma. Un filmato che descrive quella giornata di rivolta con la chiara volontà di utilizzare, ancora una volta, il reato di “devastazione e saccheggio” per condannare chi ha partecipato al corteo.

Ma l’aver infranto per ben due volte consecutive le stesse regole della procedura penale che tanto sbandierano con enfasi e retorica essere la base del loro Stato di Diritto è stato un passo falso costato caro stavolta alla Procura Antiterrorismo di Roma.

Nell’udienza dell’11 Maggio è stata di nuovo impedita la requisitoria del P.M. grazie alla presentazione di un’istanza della difesa in merito ai video del girato della scientifica su cui si basava la requisitoria dello scorso 27 febbraio: quei video erano davvero un pastrocchio mal orchestrato, anche per i valenti uomini della Questura e della Procura. Alcuni senza audio, altri montati a casaccio, altri ancora non corrispondenti al montato finale. Veramente una zozzeria il lavoro consegnato, a malincuore, dalla scientifica alla difesa.
Una schifezza a cui la Procura ha tentato di rimediare non depositando nuova copia completa dei video utilizzati ma colpendo con colpo basso: depositando nuovi video a pochi giorni dall’udienza.
A quel punto all’istanza di richiesta di acquisizione del materiale completo della polizia scientifica si è aggiunta la protesta degli avvocati e il Tribunale non ha potuto che prendere atto del casino fatto dal P.M. Minisci e annullare in primis l’udienza del 12 Maggio, confermare quella dell’8 giugno e aggiungendone una per il 6 luglio. In entrambe si discuterà della questione dei video presentati dall’accusa in modo che la difesa avrà modo e tempo per analizzarli (e contestarli).
Il risultato finale è stato…blocco della requisitoria, rimandata a data da definire, comunque dopo l’estate.
Il P.M. ha ripetuto che una cosa del genere è inaudita, che non era quasi mai capitato che una requisitoria fosse interrotta…E’ vero. E’ una cosa rara.
Noi siamo ben felici che sia accaduta, contentissimi che è stata inceppata la macchina repressiva dello stato…

Ma non è accaduto solo questo in quella intensa giornata.
Nell’udienza dell’11 maggio è anche accaduto che la presenza degli imputati e dei/delle solidali ha messo in imbarazzo la magistratura, che avrebbe voluto tessere le sue trame nel silenzio.
La mattina alle 9 un compagno imputato si è presentato ai tristi cancelli del Tribunale con una maglietta con su scritto “Basta leggi fasciste. Il 15 ottobre non si processa”. Non è stato fatto entrare dagli agenti della Digos che evidentemente non hanno gradito la forma di protesta di un compagno che si trova da 3 anni ai domiciliari. Grazie alle proteste di avvocati e solidali il compagno è stato infine fatto entrare in aula ma la Presidente del Tribunale gli ha imposto di toglierla per motivi di decoro.
Il compagno si è coraggiosamente rifiutato di toglierla ed è stato quindi espulso, e con lui un altro imputato e un solidale che hanno preso le sue difese .
Ecco che l’ipocrisia democratica si squarcia e non può ammettere in un aula di tribunale che la verità sia scritta seppur su una maglietta.
Perché non si deve sapere che capi di imputazione come “devastazione e saccheggio” sono ripescati dritti dritti dalla fogna del fascismo?

Di fronte ad una giornata così abbiamo deciso di essere nuovamente presenti in tante e tanti davanti a quel tribunale oggi 12 maggio. L’abbiamo scelto perché, nonostante l’udienza sia stata cancellata, volevamo essere insieme per raccontare in piazza l’inconsistenza e la farsa che il processo 15 ottobre rappresenta. Perché volevamo far sentire a chi è sotto processo che gli siamo vicini, davvero e non solo virtualmente.
Siamo scesi in piazza di fronte al tribunale perché volevamo ricordare a polizia, carabinieri, procura e tribunale che quei compagni non sono soli. Noi siamo veramente al loro fianco.

La verità sul 15 ottobre l’abbiamo quindi raccontata noi denunciando la commedia recitata nei tribunali, l’abbiamo raccontata noi andando in corteo a indicare l’infamità dell’ATAC, costituitasi parte civile contro i 18 manifestanti. Una delle tante istituzioni che vogliono fare cassa sulla pelle di chi viene condannata\o.
Abbiamo aperto tutte\i insieme i tornelli di una stazione metro, fatto entrare gratuitamente centinaia di persone, abbiamo volantinato e comunicato la nostra rabbia per quello che sta accadendo ai nostri/e compagni/e ma anche la nostra forza e determinazione a non lasciare nessuno/a solo/a di fronte alla repressione dello stato.

Perché chi si ribella non è mai sola/o.
Perché le lotte le portiamo avanti anche per chi è ostaggio del potere.
La solidarietà è un arma: usiamola.

13.05.2015
Le compagne e i compagni di Roma

#28M in tutta Italia i territori resistono e alzano la testa!

tendopoliSabato 28 Marzo 2015 tante città si sono mobilitate nella giornata lanciata dalla rete Abitare nella crisi contro il governo Renzi e le politiche di austerity. Una mobilitazione diffusa dal nord al sud d’Italia, che ha visto protagonisti i movimenti di lotta indisponibili a fare un passo indietro nella battaglia contro un modello di sviluppo incentrato sul sistema delle grandi opere, la devastazione dei territori, la precarietà, il razzismo e la guerra ai poveri.

Nelle tante piazze ribelli e meticce, piene di migliaia di uomini e donne che si organizzano per resistere alla crisi, è riecheggiato con forza il grido “Una sola grande opera: casa e reddito per tutt@”. Non uno slogan, ma una pratica che vive nei picchetti antisfratto, nella difesa dagli sgomberi, nei percorsi di riappropriazione e di contrasto alla rendita che tutti i giorni pratichiamo.

Non basta cambiare volto a consiglieri e sindaci dei comuni in default, usare inchieste giudiziarie per dimettere ministri e personaggi che non rappresentano mele marce ma il funzionamento dell’intero sistema di sfruttamento delle nostre vite. L’unica via possibile contro provvedimenti come il Piano Casa, lo Sblocca Italia, il Jobs Act, la Buona Scuola è un radicale cambio di rotta sui posti di lavoro, nelle scuole, nelle università e nei territori.

A Roma attorno alla chiamata dei Movimenti per il Diritto all’Abitare si sono radunate migliaia di persone che hanno bloccato per ore con corpi e barricate improvvisate piazza di Porta Pia. Non è sufficiente la sostituzione dell’ormai ex Ministro Lupi, bisogna rovesciare il sistema delle grandi opere e cancellare provvedimenti come il Piano casa, a partire dal famigerato art 5 e destinare le risorse pubbliche a scuola, salute, manutenzione del territorio, casa, reddito, un nuovo welfare. Per questo, i movimenti hanno deciso di dare vita a una tendopoli sotto il ministero delle Infrastrutture.

Torino è scesa in piazza contro i fascio –leghisti di Salvini, contro il loro interessato populismo, le divisioni razziste e le fratture che si vorrebbero produrre nel corpo sociale delle periferie . Un folto corteo ha mosso i suoi passi  per rispedire al mittente questa idea di sfruttamento e segregazione, tentando di raggiungere il misero comizio di Salvini, scontrandosi duramente con le forze dell’ordine. 8 compagni sono stati fermati,  7 rilasciati mentre per Daniele è stato convalidato l’arresto ed è stato tradotto nel carcere delle Vallette. Reclamiamo la immediata libertà per Daniele e la legittimità delle pratiche contro chiunque voglia diffondere propagande xenofobe e razziste.

A  Brescia si è tornati di nuovo a manifestare contro la sanatoria truffa, per i permessi di soggiorno e per i diritti dei migranti, dopo giorni di lotta per riconquistare piazza della Loggia, con cariche e tenaci resistenze. Un grandissimo corteo meticcio di oltre 5000 persone ha attraversato le vie della città, respingendo le provocazioni fasciste e dimostrando che ne queste ne le intimidazioni poliziesche potranno fermare le lotte per la dignità e per la libertà di movimento.

A Bologna più di un migliaio di persone hanno partecipato alla seconda “Marcia della dignità” che ha attraversato la periferia nord della città, partendo dall’Ex-Telecom di via Fioravanti 27, occupazione simbolo della resistenza cittadina al PianoCasa dell’ex ministro Lupi, colpita da decreto di sequestro e quindi sotto sgombero. Il corteo ha anche lanciato l’apertura della battaglia contro gli effetti del nuovo calcolo Isee, che minacciano l’accesso al welfare e che sono parte integrante di un attacco complessivo verso le fasce più deboli della nostra società.

Anche Palermo è scesa in piazza per la giornata lanciata da Abitare Nella Crisi. Dopo lo sgombero di dieci giorni fa in via Oberdan, alcune centinaia di occupanti di case, studenti e militanti dei centri sociali hanno percorso il centro storico contro il PianoCasa e in solidarietà agli attivisti colpiti da misure cautelari.

A Firenze e Napoli si è tornati ad occupare dopo i recenti sgomberi. A Napoli è stato rioccupato temporaneamente l’ExBelvedere e si sono tenuti blocchi della viabilità e discussione con gli abitanti del quartiere per denunciare lo scandalo di quell’immobile di proprietà della Curia, lasciato nuovamente all’abbandono.

A Firenze sono stati occupati una decina di alloggi in Via Del Romito 55, in una città blindata per la visita del capo dello stato, dentro il duro scontro contro la Legge Regionale “Saccardi”, in linea con il Piano Casa di Lupi . Dopo aver strappato la cancellazione dell’articolo che avrebbe impedito a chiunque occupa, anche immobili pubblici o privati abbandonati, di ottenere una casa popolare, ora si rilancia la lotta in città, non arretrando sul tema delle occupazioni e della riappropriazione.

Asti è scesa in piazza per ribadire la legittimità delle pratiche di lotta contro il tentativo di colpire chi nella difficoltà reagisce cercando di sopravvivere con dignità e a testa alta.

A Milano in mattinata il comitato Abitanti di San Siro ha presidiato il mercato di via Osoppo dove era annunciata la visita di De Corato. Nel pomeriggio un corteo di migliaia di persone ha attraversato il quartiere solidale e antirazzista, contro gli sgomberi e il Piano Casa.

A Parma iniziativa contro lo Sblocca Italia: una sessantina di attiviste e attivisti si sono posizionati davanti ai cancelli dell’inceneritore, impedendo l’accesso ai camion.Verso le 12 un responsabile degli impianti di Reggio Emilia ha incontrato i manifestanti e gli ha promesso la riapertura di un tavolo di trattative con i dirigenti di Iren e la riattivazione del numero di telefono che Iren metteva a disposizione per comunicare i casi gravi di morosità incolpevole con conseguente distacco delle utenze.

In Basilicata a Rionero in Vulture (PZ) ed in Calabria a Corigliano Calabro si sono tenute importanti ed affollatissime manifestazioni popolari contro le trivellazioni e la legge “Sblocca Italia”, proprio a ridosso della data del 31 marzo prossimo in cui le amministrazioni locali dovranno esprimersi sull’impatto ambientale di queste scellerate operazioni, che rischiano di devastare questi ed altri territori con l’unico scopo di regalare risorse ed immensi profitti alle grandi multinazionali del settore. Queste manifestazioni hanno dimostrato come di fronte a tali scempi e manovre, le popolazioni locali sono in grado di scendere in piazza mettendo insieme generazioni e realtà diverse, collegando in un filo rosso le lotte contro i tagli alla spesa sociale, contro la precarietà e per il reddito con la difesa e la riappropriazione di ogni territorio.

Ovunque, ancora una volta il 28M, che ha visto tra l’altro anche Parigi in piazza per il diritto alla casa e all’abitare, si è evidenziata la forte opposizione dei territori all’arroganza del governo Renzi e delle sue politiche, che rappresentano ed incarnano l’essenza di un capitalismo sempre più feroce nei suoi meccanismi di sfruttamento ed accumulazione. Ora questa opposizione deve allargarsi coinvolgendo sempre più realtà e persone, alimentando un processo diffuso di autorganizzazione e di ricomposizione fra lotte e tessuti diversi. Un processo sociale e politico che nel conflitto sappia conquistare spazi e prospettive di reale alternativa, che riesca a radicarsi attraverso nuove forme di mutualismo e praticando nuove forme di riappropriazione. La giornata di lotta dal basso del 28M ci restituisce lo spaccato di un paese ne domato ne pacificato, in grado mettere in campo importanti resistenze, lotte, una nuova pratica dei bisogni. Ora è necessario proseguire senza sosta, non per facili e vane scorciatoie, lungo i sentieri del conflitto e del cambiamento, con coraggio e spirito di sperimentazione.

Con questo rinvigorito bagaglio facciamo rotta verso il 1° Maggio a Milano per le giornate NO EXPO. Andiamo avanti, riprendiamoci quello che ci spetta!

Abitare nella Crisi

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