Coordinamento Cittadino Lotta per la Casa

Comunicati

Un compagno condannato per occupazione. La repressione non può fermare le lotte sociali.

La scorsa settimana è arrivata la sentenza per uno degli innumerevoli processi per l'occupazione di edifici abbandonati in corso contro i movimenti di lotta per la casa. Un compagno del LOA Acrobax nonché occupante di casa con il nostro movimento, molto attivo negli anni appena trascorsi sul fronte della lotta per la casa, è stato condannato in primo grado. La cosa peggiore è che è stato oggetto di una pesante richiesta di risarcimento da parte della proprietà dell'edificio (COTRAL). Il compagno in questione, peraltro, è già oggetto di numerosi e pesanti provvedimenti repressivi per la sua militanza.

Nel mondo alla rovescia del governo Renzi, i giudici impongono risarcimenti da parte di chi non ha niente a chi (in questo caso un ente pubblico!) lascia colpevolmente immobili vuoti mentre le famiglie vengono sfrattate, tutelando un presunto diritto a lasciare gli edifici in preda al degrado e alla speculazione.
La cosa ci stupisce fino ad un certo punto, in un periodo storico, questo, in cui denunce arresti e obblighi di firma fioccano contro tutte le lotte sociali e in particolare contro la lotta per il diritto all'abitare, mentre si introducono anche nuove forme di repressione generalizzata come l'articolo 5 del decreto Lupi che priva dei diritti fondamentali chiunque viva in un alloggio occupato.
Un periodo in cui il governo blocca qualunque residua tutela per le categorie più deboli che vengono sfrattate senza pietà facendo largo uso del bastone della celere mentre comune toglie anche la cartoa dell'assistenza alloggiativa accorgendosi proprio ora che i residence vanno chiusi, dopo decenni in cui fiumi di danaro pubblico sono entrati nelle tasche di proprietari e gestori loro amici.

Al compagno condannato, come a tutti/e quelli/e colpiti/e da provvedimenti repressivi va la nostra solidarietà, anche materiale. A chi ci colpisce rispondiamo con la certezza del fatto che è impossibile fermarci con questi mezzi, e non per la nostra testardaggine, ma perché le nostre lotte sono espressione di contraddizioni insanabili nella società basata sullo sfruttamento in cui viviamo.

Coordinamento Cittadino di Lotta per la Casa

Sotto attacco la resistenza agli sfratti

Questa mattina intorno alle ore 7.30 la Digos di Roma ha prelevato 6 compagni della rete antisfratto Roma est e dei movimenti per il diritto all'abitare dalle loro abitazioni e li ha condotti nella sede della questura di via Genova. A 5 di loro è stato notificato l'obbligo di firma trisettimanale, mentre un altro compagno è stato denunciato a piede libero. Per tutti l'accusa è di concorso in resistenza aggravata e lesioni.

Il provvedimento fa riferimento alla resistenza messa in campo nella giornata del 18 Settembre 2014 per impedire lo sfratto di Farook e della sua famiglia a Centocelle, eseguito con la forza pubblica e con l'utilizzo di gas lacrimogeni sparati all'interno della palazzina per disperdere il picchetto.
Grazie a quella resistenza Farook e la sua famiglia uscirono dalla loro casa sostenuti dalla solidarietà di numerosi amici e compagni e attraversarono il quartiere fino al municipio in corteo, pretendendo una soluzione abitativa. Dopo una prima soluzione in un residence fuori Roma, grazie alla rete di mutuo appoggio decisa a sostenere Farook e la sua famiglia, fu possibile pretendere lo spostamento della famiglia ed impedire così la sua deportazione, lo sradicamento dal proprio tessuto sociale e la distruzione dei legami affettivi che la tengono unita.

La resistenza di quella giornata diventa oggi oggetto di intimidazione, e l'operazione messa in atto contro i solidali si configura decisamente come azione preventiva rispetto alle iniziative dei prossimi giorni. Abbiamo già potuto constatare il notevole cambio di passo nella gestione dell'ordine pubblico durante gli accessi dispiegati nei primi giorni di marzo. Chiaramente gli spazi di mediazione sono chiusi, l'amministrazione comunale e le istituzioni non hanno nulla da offrire, e solo la questura di Roma e la magistratura hanno voce in capitolo sugli sfratti e sul governo dei territori. Misure cautelari, denunce, sfratti eseguiti con la forza pubblica, attaccano direttamente un livello di resistenza che si mette in campo da Roma a Palermo, dove oggi è stata eseguita la misura cautelare dell'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria nei confronti di 17 compagni, relativamente alle azioni di lotta portate avanti negli ultimi 5 anni nella città.

Mentre la situazione relativa agli sfratti a Roma è sempre più drammatica e allarmante, la solidarietà e i picchetti, a fianco di chi decide di resistere e lottare, saranno sempre più numerosi, partecipati e decisi.

Domani, mercoledì 11 marzo, in via del Grano 15, zona Alessandrino, è previsto uno sfratto nei confronti di una famiglia. Le reti solidali e di mutuo appoggio del territorio, e non solo, metteranno in campo una decisa partecipazione.

Perchè isolati è impossibile resistere agli sfratti e insieme è possibile reagire e organizzarsi.

Rete Antisfratto Roma Est - Movimenti per il diritto all'abitare

Grande giornata di lotta: ora alle parole seguano i fatti!

Possiamo affermare che con la mobilitazione di ieri dentro la sede della giunta regionale e con l'incontro che si è svolto dopo 7 ore di occupazione, il confronto tra i movimenti per il diritto all'abitare e l'amministrazione guidata da Nicola Zingaretti si è riaperto.

Al tavolo a cui, oltre alla delegazione dei movimenti, hanno partecipato il capo di gabinetto del Presidente della Regione Maurizio Venafro e l'assessore alle politiche abitative Fabio Refrigeri abbiamo rappresentato l’immobilismo in cui sembrava essere relegata la delibera regionale sull’emergenza abitativa, approvata più di un anno fa dalla giunta.

Un immobilismo allo stesso tempo grave e pericoloso. Grave per la necessità di intervenire in una situazione di emergenza sempre più stratificata ed esplosiva, anche a causa del mancato blocco degli sfratti. Pericolosa perché la mancata attuazione della delibera può lasciare spazio a chi ha interesse a smontare l’impianto trasparente del Piano Straordinario per l’Emergenza Abitativa per proseguire nella logica dell’assistenza alloggiativa che ha già portato nei decenni e negli anni passati a sperperare centinaia di milioni di euro pubblici ad esclusivo vantaggio di pochi privati e di un sistema politico amministrativo marcio e corrotto.

L'iniziativa dei movimenti, schierati con forza contro ogni forma di business sull'emergenza, ha espresso infatti la più profonda distanza da tutti quei soggetti che hanno trasformato il tema del diritto alla casa in una fonte di profitto, come già ribadito in occasione del tavolo convocato il 28 gennaio scorso dall’Assessora comunale alle Politiche Sociali ed alla Casa Francesca Danese. Tavolo al quale abbiamo scelto di non prendere parte, convocando invece un presidio al Cie di Ponte Galeria, dove sono tuttora rinchiusi due migranti fermati il giorno precedente durante lo sgombero dell'Anagrafe di via Petroselli, per i quali esigiamo l'immediata liberazione.

Il confronto con la Regione Lazio è partito dalla necessità di superare una volta per tutte le logiche dell’assistenza, costruendo soluzioni vere e definitive attraverso l'attuazione urgente e immediata del Piano Straordinario per l’Emergenza Abitativa. Un ragionamento che Venafro e Refrigeri hanno affermato di condividere, prefigurando la stesura e l’approvazione entro un mese di una delibera attuativa in grado di dare piena operatività al Piano Straordinario.
Un passaggio cruciale non più rimandabile, che necessita della condivisione e della collaborazione della giunta di Roma Capitale ed a cui sarebbe sconsiderato e grave sottrarsi. Di parole ne sono state spese molte e spesso sono state parole vuote. Ora è il momento di passare ai fatti.

Del resto una parte consistente della città e del paese, sprofondata nella precarietà più assoluta, reclama a gran voce il blocco generalizzato degli sfratti e vuole ribaltare la Legge Lupi, che sostiene ideologicamente la proprietà attaccando chi si trova nell’impossibilità di arrivare a fine mese e chi si organizza per difendere la propria dignità.

Su queste questioni, sempre più scottanti, ci aspettiamo quanto prima una presa di parola pubblica del governatore Zingaretti ed un impegno diretto e forte per mettere al centro anche delle scelte del governo e del suo partito il tema del diritto alla casa e all’abitare.
La precarietà e le nuove e vecchie povertà non si affrontano come questioni di ordine pubblico, cancellando welfare e diritti ma attraverso misure concrete e risorse certe.

Movimenti per il diritto all'abitare

21/12 assemblea nazionale a Milano. Report dell’incontro di Abitare nella crisi

 

milanAlla presenza di oltre dodici città e in condivisione con altre non presenti per motivi organizzativi, la rete Abitare nella crisi si è rivista a Firenze lo scorso 30 novembre in un’assemblea che ha avuto al centro della discussione l’attacco pesante del Piano casa di Lupi a Milano, dove si stanno dispiegando gli interessi della finanza speculativa e della rendita intorno all’affare Expo 2015.

Molti interventi, a partire dall’introduzione dei fiorentini, si sono soffermati sulle dinamiche repressive e le pratiche di delegittimazione messe in atto sia con gli sgomberi che con l’aggressione mediatica, sul continuo soffiare sul fuoco del razzismo e sull’attacco del governo Renzi verso chi si organizza collettivamente ma anche individualmente contro le politiche di austerity. L’articolo 3 del decreto Lupi mette infatti mano violentemente alla dismissione delle case popolari, producendo forti tensioni soprattutto nelle periferie e ci obbliga a comprendere come stare dentro queste contraddizioni per allargare il conflitto e la rivolta nei confronti di questa guerra di classe, dall’alto contro i ceti popolari. Del resto non hanno soluzione di continuità le resistenze territoriali che hanno conosciuto nuove pagine di lotta con le vicende di Genova e Carrara, dove la rabbiosa reazione ha saputo individuare responsabilità precise nei disastri e nelle vittime. Solo la decisa e totale critica alle istituzioni e il protagonismo diretto, anche meticcio, degli abitanti sono in grado di generare importanti processi di autonomia nel conflitto.

Da Milano sono arrivati, in uno spirito unitario, differenti contributi dalle resistenze che i quartieri stanno producendo. San Siro ha raccontato delle oltre diecimila case sfitte del Comune e della Regione, del proclama dei 200 sgomberi e del ruolo della stampa nell’aggressione ai movimenti, a partire dal Corriere della Sera che ha parlato di immobiliare rossa e nera, utilizzando in maniera distorta e strumentale la questione del racket. Dentro una Milano dove la torta dell’Expo se la sono già spartita e mangiata e dove Lega e Casapound provano a raccogliere consensi. Invece la dimensione del consenso delle colazioni antisfratto e della resistenza degli abitanti contro gli sgomberi ha espulso polizia ed ALER, affrontandole come corpo estraneo ai territori, mentre intorno alla questione della vendita del patrimonio pubblico i comitati, prima sotto attacco, oggi iniziano a percepire una solidarietà diffusa.

Anche dal Giambellino sono arrivati racconti interessanti su come, a partire dalle ronde antiabusivi che inizialmente sembravano prendere piede anche con l’aiuto dei media, tra gli abitanti delle case popolari e gli altri residenti, tra migranti e autoctoni, spesso soggetti impolitici si sta sviluppando un meccanismo di solidarietà. Al Corvetto si sta dispiegando una resistenza importante, dove il protagonismo degli abitanti sta producendo un conflitto reale dalle molteplici forme, anche molto radicali, consegnandoci l’immagine di una città complessa dentro uno scenario dove la rendita immobiliare viene contrastata da un’intelligenza collettiva in grado di produrre coordinamento e scompaginamento nella capacità di gestione del blocco dei flussi, mentre avviene uno sgombero. Un’agitazione diffusa non simulata ma reale, che ferma la mobilità in più punti, genera consensi, ottiene risultati.

Nel merito delle iniziative Milano ha lanciato un weekend lungo che inizia il 4 dicembre con la mobilitazione dei comitati, prosegue il 6 dicembre con la proposta anche di un’iniziativa nazionale dislocata, per finire il 7 con la mobilitazione in occasione dell’inaugurazione della stagione della Scala. Le mobilitazioni intorno all’uso del patrimonio pubblico, all’autorecupero, alla sanatoria vanno declinate dentro percorsi e processi che siano in grado di costruire anticorpi e punti di riferimento stabili contro xenofobia e fascio-leghismo. In questo senso si giudica molto peggiorato l’aggregato sociale che si sta addensando intorno alla giornata del 5 dicembre promossa dai forconi. Mentre dentro la giornata del 12 dicembre, anniversario della strage di stato di piazza Fontana, si proverà a declinare un ragionamento sulle nuove strategie della tensione.

Bologna si è soffermata sull’esito del voto in Emilia-Romagna e sul ruolo del Pd nella sua funzione di comando, di riorganizzazione della città basata su nuove cementificazioni e profitti per la rendita, ma anche di gestione dei conflitti attraverso formule di mediazione con le quali i movimenti si devono misurare, incassando risultati per rilanciare le lotte. Spiegando il protocollo Bologna come forma di “requisizione morbida”, i compagni intervenuti hanno raccontato l’impatto e le preoccupazioni che le occupazioni abitative e le lotte sono oramai in grado di produrre, come minaccia concreta, nei confronti dell’amministrazione comunale, al tempo del piano casa e dell’articolo 5. Abbiamo generato, a partire da percorsi materiali e vivi, aspettative e desideri in grado di tenere insieme una tensione verso il possibile, con la spinta verso la sovversione di un presente e di un futuro che vorrebbero già scritti. Anche dentro connessioni rilevanti con il mondo delle lotte della logistica, a politicizzare “la povertà” e produrre una polarizzazione del conflitto senza mediazioni al ribasso, dentro una difesa della dignità in grado di sviluppare in avanti, nei territori, rottura della solitudine ed organizzazione della rabbia, anche quella di cui è carico il proletariato giovanile. Per fare questo si deve andare ben oltre l’autorappresentazione del ceto politico, anche di movimento, e portare fino in fondo lo scontro contro la rendita, strappando suolo, reddito e vita metro dopo metro, minuto dopo minuto. La mobilitazione contro il SAIE che ogni hanno si tiene nel capoluogo emiliano ha consentito di portare la nostra critica alle proposte di social housing, dando fiato e visibilità alle battaglie per l’autorecupero dentro le pratiche di riappropriazione urbana.

L’intervento di Napoli si è soffermato sull’estrema fragilità dei molteplici percorsi territoriali, chiamando ad intrecciare sempre con più decisione le lotte tra e dentro i territori stessi. La sperimentazione napoletana ha messo in connessione nei percorsi della lotta per la casa precari e disoccupati, tutti quei soggetti che subiscono processi di impoverimento dettati dalle politiche del governo e dalla Troika, ponendo al centro la battaglia contro lo Sblocca Italia e la vicenda di Bagnoli come proposte di attivazione e mobilitazione collettiva.

Pisa ha messo in evidenza la frammentazione esistente nelle periferie e la necessità nei territori di darsi forme organizzative utili ad un processo di ricomposizione di classe, imparando a misurarsi con la ruvidezza dei quartieri e chiedendosi se siamo, e come possiamo essere all’altezza dello scontro in atto. C’è la convinzione condivisa che non saranno l’ideologia, la testimonialità, ne il politicismo a risolverci i problemi. Solo nuovi legami e nuove connessioni sociali ci consentiranno di fermare la prepotenza degli articoli 3/4/5 del decreto Lupi e di rovesciare lo stato di cose presenti. Le forme dell’autorganizzazione, stile Primavalle a Roma, possono rompere le dinamiche prodotte dai sindacati degli inquilini, ma rappresentarci solo nella nostra identità non sarà sufficiente. La solidarietà con Milano deve essere materiale nel week end del 6 e 7 dicembre.

Torino ha sottolineato come il Piano casa sia la risposta repressiva al 19 ottobre, così come l’utilizzo dell’articolo 610 per l’esecuzione degli sfratti. La pratica dell’obiettivo che abbiamo agito ha anche prodotto una decimazione degli attivisti ma non ha spento la funzione degli sportelli, che continuano ad essere usati largamente da chi vive l’emergenza abitativa. Questo consente di mantenere dinamiche di resistenza e favorisce azioni ricompositive come quella del 16 ottobre, anche dentro soggettivazioni articolate e non lineari, con fiammate e riflussi che si alternano. Fondamentale il ritorno in piazza in massa dei movimenti per il diritto all’abitare con una mobilitazione articolata e capace di scardinare i decreti attuativi del piano casa. Il 7 e 8 dicembre, infine, i movimenti per l’abitare piemontesi e non solo saranno impegnati nelle giornate di lotta lanciate dal movimento No tav in Val di Susa.

Parma ha concentato l’intervento sulla campagna contro i distacchi delle utenze, mettendo in evidenza la validità delle iniziative dislocate e la necessità di approfondire la relazione tra le multiutility dell’energia e il decreto Sblocca Italia. La mobilitazione dei mesi scorsi contro la multiutility IREN e la sua occupazione hanno prodotto un buon risultato: l’attivazione di uno sportello per i distacchi che affronta le situazioni di morosità incolpevole, costringendo l’azienda a fare i conti con una realtà, quella parmense, profondamente cambiata dalla crisi e dove si fa ancora fatica, per la vergogna, a intercettare l’emergenza legata alle morosità.

Palermo ha messo in forte evidenza la funzione della rete Abitare nella crisi e la necessità di individuare gli strumenti necessari per affrontare la questione della ricomposizione sociale. L’attacco mediatico e l’uso della lotta tra poveri che ci racconta Milano ci impone non solo una riflessione, ma anche una mobilitazione sempre più meticcia e sempre più estesa.

Roma ha sviluppato un’analisi del modello di società solvibile che Renzi sta premiando nei suoi interessi materiali, sviluppando una sorta di autonomia di classe della rendita, della finanza e dell’impresa contro di noi. Ragionando della necessità di non cadere nella trappola “della produzione di nuovi posti di lavoro”, nel ricatto della produttività che viene presentata come unica prospettiva di un modello di sviluppo che sta mostrando la sua potenza devastatrice, c’è bisogno di organizzare i settori del non voto, del rifiuto, dell’estraneità, dell’irrappresentabilità e dell’irriducibilità, le soggettività del conflitto e della rabbia. Indicando come strada quella di ripartire dalla pratica dei bisogni dentro nuovi processi di aggregazione, autorganizzazione, riappropriazione.

Dentro questo scenario si è anche preso atto delle scelte diverse che stanno attraversando i movimenti. Se dentro e dopo il 19 Ottobre 2013 si era avviato un processo di scardinamento e insieme di nuova ricomposizione delle dinamiche sociali contemporanee, si coglie oggi dentro alcune scelte il rischio di tornare a modalità già conosciute, che non tengono conto delle necessità di rimettere radicalmente in discussione le soggettività esistenti dentro una nuova fase di conflitto e sperimentazione. Con il contributo dei territori bisogna, attraverso contenuti chiari, ricostituire la minaccia e l’inquietudine prodotte fino al 12 Aprile 2014. I recinti di movimento non ci aiutano e ci scoprono di fronte all’aggressione delle controparti.

La rete Abitare nella crisi si rivedrà il 21 dicembre a Milano per un’assemblea pubblica che vuole aprire un percorso di costruzione di mobilitazione verso Expo 2015.

A partire dal 31 gennaio 2015, con la marcia dei territori solidali e resistenti e delle periferie in lotta dislocata in decine di città per darci quello scatto in più che in primavera ci consenta di mettere in piedi un momento nazionale di più giorni sui temi delle pratiche di riappropriazione e rigenerazione urbana e dei territori, sul consumo di suolo, sul ruolo della rendita nella precarizzazione della vita in ogni sua forma. Ragionando anche sull’ipotesi di corteo nazionale per il diritto all’abitare contro rendita e precarietà, per il reddito verso Expo 2015 come contributo alle mobilitazioni previste per maggio-giugno.

Infine, si è insistito anche sulla necessità di intensificare il conflitto sulla questione utenze, distacchi, morosità nel periodo di Natale contro le previste bollette aumentate, a partire da quella dell’acqua.

Tutti gli appuntamenti:

4 dicembre manifestazione dei comitati a Milano

6/7 dicembre iniziative a Milano e dislocate nei territori

21 dicembre assemblea nazionale a Milano

31 gennaio 2015 mobilitazioni in decine di città in tutta Italia per il blocco degli sfratti e degli sgomberi, contro il Piano casa e la vendita del patrimonio pubblico, contro l’agressione della rendita che precarizza vite e territori

Febbraio appuntamento da definire di Abitare nella crisi a Napoli,

Marzo-aprile convegno-assemblea- corteo nazionale a Milano verso Expo 2015

Abitare nella crisi

 

 

Una sola grande opera casa e reddito per tutt*

abitcrLe realtà attive sul territorio nazionale nella resistenza agli sfratti e per il diritto all’abitare si sono riunite a Roma, l’1 e il 2 Novembre, per confrontarsi ancora sulllo stato delle lotte e per darsi nuove indicazioni rispetto all’autunno.

Nuove realtà si sono affacciate alle assemblee portando con sè le proprie esperienze e specificità territoriali. “Abitare nella crisi” è diventato un appuntamento importante e largo che dopo l’anno di mobilitazione appena trascorso ha raggiunto nuove città, confermando il carattere riproducibile e concreto delle battaglie messe in campo.

Le battaglie di riappropriazione e di resistenza agli sfratti esprimono, all'interno dei territori, non solo il bisogno di casa ma la necessità di organizzarsi contro l’inasprimento delle condizioni di vita, mettendo in discussione l’esistente in tutte le sue forme e l’impoverimento delle nostre vite. I quartieri, le borgate hanno sempre più bisogno di punti di riferimento, di presidi liberati nei quali poter organizzare di battaglie che vanno direttamente e quotidianamente a rivendicare dignità. A partire da diritti primari come la casa, l’acqua, la luce ridotti ormai a beni da privatizzare.

Attraverso il jobs act, lo sblocca Italia, il piano casa viene messa in discussione la dignità di ognuno di noi, di cui il governo si fa beffa attraverso misure che vogliono dividere il paese in solvibili e insolventi.

 L’attacco ai movimenti e alle pratiche di riappropriazione, attraverso l’art.5 del piano casa Lupi-Renzi e gli arresti e le restrizioni a danno degli attivisti in tutta Italia sono un chiaro tentativo di fermare un’alternativa concreta difronte all'austerity.

Vogliono farci credere che i sacrifici, lo smantellamento dei diritti essenziali, la privatizzazione forzata del welfare, l’incremento della cementificazione sottoforma di rigenerazione urbana, lo stanziamento di risorse pubbliche per costruire grandi opere come il TAV, l’EXPO o il TAP siano l’unica via d'uscita dalla crisi e per la ripresa economica. Ma i provvedimenti approvati e quelli in cantiere non sono altro che l’estensione delle politiche neoliberiste che da più di trentanni impongono un modello di sviluppo devastante, che vogliamo combattere.

La legalità viene usata come dispositivo morale per relegare nell'isolamento le iniziative di resistenza alla devastazione e di riappropriazione delle risorse e del reddito che ci spetta. Ma nessuna legalità regge di fronte all'estensione forzata della miseria.

La battaglia contro l’art.5 è dirimente da questo punto di vista. Un provvedimento che arriva proprio per smantellare un percorso possibile, che la mobilitazione del 19 ottobre ha reso evidente, in grado di restituire dignità e voglia di lottare a decine di migliaia di persone in tutto il paese. Una battaglia che può muoversi su due fronti fondamentali: la lotta quotidiana alle contraddizioni che il piano casa pone all’interno dei territori e la resistenza attiva ai tentativi di distacco delle utenze e contro la negazione delle residenze.

Le città intervenute nella giornata di sabato ci raccontano di una capacità inedita di stare in mezzo alle contraddizioni che la legalità della misera diffonde nei territori. Le amministrazioni locali non riescono infatti a gestire un’emergenza abitativa dilagante e rimangono mere esecutrici degli ordini centrali di un governo sempre più autoritario. Le regioni varano piani casa in copia conforme al piano casa di Lupi, mentre i comuni propongono a chi è in emergenza abitativa soluzioni temporanee che sono lontane anni luce dal risolvere i problemi di chi si rivolge loro, utilizzando i servizi sociali sempre più come strumento di minaccia e controllo invece che di sostegno.

 Lo stesso fondo sugli sfratti per morosità incolpevole che dovrebbe attivarsi da gennaio si configura ancora una volta come erogazione di fondi a favore dei proprietari e non come intervento a sostegno di chi è sotto sfratto.

Stare all’interno delle contraddizioni nascenti vuol dire per noi dare battaglia sul canone degli affitti e sulle bollette, pretendendo lo stanziamento delle risorse per la casa e il reddito invece che per i proprietari e per le grandi opere.

Gli sportelli in questo quadro sono sempre più strumenti utili alle lotte all’interno dei quartieri non solo come punti informativi ma come presidi permanenti in grado di comunicare e agire quel conflitto necessario alla conquista pezzo dopo pezzo dei diritti negati e della diffusione di un linguaggio comune che incide sulle facili strumentalizzazioni che si vuol fare del disagio che si vive.

Nelle città infatti si stanno diffondendo iniziative della destra e dell’estrema destra che vogliono cavalcare il malcontento per scatenare una guerra tra poveri, disseminando razzismo e odio tra chi soffre in questo paese e noi non possiamo permettere, proprio come soggetti attivi nei territori, che questo avvenga. Dalle occupazioni, attraverso i picchetti antisfratto, attraverso le battaglie quotidiane contro le speculazioni dobbiamo riuscire a capovolgere l’ordine del discorso, orientando la rabbia contro chi impoverisce questo paese. L’antifascismo che dobbiamo rivendicare nelle piazze e nelle strade che attraversiamo passa prima di tutto dalla nostra capacità di costruire pratiche comuni contro questo governo. Abitare nella crisi vuol dire soprattuto vivere i territori e i luoghi in cui si abita a trecentosessanta gradi, dalle battaglie che riguardano strettamente la casa a quelle sui posti di lavoro e per la difesa dalle devastazioni ambientali.

Le giornate del 16 e del 18 ottobre da questo punto di vista c’hanno permesso di approfondire le connessioni urbane che intrecciano le lotte in un legame sempre più ovvio e naturale. Lo sciopero sociale che ha visto in piazza i facchini della logistica insieme agli occupanti di case, ai precari e agli studenti, rappresenta una sperimentazione sempre più efficace, anche perché in grado di incidere sugli interessi padronali attraverso il blocco della mobilità e il picchetto che ferma le attività lavorative. Queste figure non coincidono aritmeticamente, ma s’incontrano dentro la crisi e intraprendono un cammino di riappropriazione comune di dignità e reddito, nonché di diritti ribaltando positivamente e a proprio vantaggio i tentativi di mettere contro gli autoctoni e i migranti, i garantiti e i non garantiti. Tutto ciò ci convince, rimanendo sempre molto pragmatici, che il percorso intrapreso si inserisce positivamente nella direzione comune della costruzione della minaccia necessaria per imporre significativi cambi di rotta nell’affermazione di diritti e nella gestione delle risorse in questo paese.

Un percorso tutto ancora da sperimentare che ci mette anche nella condizione di porci nuovi interrogativi. Come coinvolgere su questa strada anche quei pezzi a cui è difficile arrivare, quei pezzi che vengono manganellati nei posti di lavoro e nelle piazze ma che stentano ad esprimere una netta opposizione a Renzi.

C’è un nodo universale infatti che può unire quel corpo sociale che ha la responsabilità di produrre un cambiamento reale: quello che si contrappone allo spreco delle risorse pubbliche per le grandi opere contro il reddito, il salario, il diritto alla casa, all’acqua, all’energia e alle residenze, alla salute, all’istruzione e alla cultura libera. L’ipotesi di uscita dalla crisi basata sulle grandi infrastrutture e sui grandi eventi che incorporano dentro di se lavoro gratuito e precario, devastazione di territori e ulteriore e inutile cementificazione deve essere sconfitta totalmente. Non esistono possibili mediazioni con un modello di sviluppo che divora risorse, territori e vite.

 Ecco perché assumiamo la giornata del 7 Novembre a Bagnoli contro lo Sblocca Italia come data di mobilitazione contro l’arroganza di governi che continuano a proporre con arroganza ricette speculative devastanti.

Con lo stesso spirito affrontiamo il nodo del costante aumento delle risorse economiche necessarie alla realizzazione del Tav, oggetto in queste ore di incontri e confronti anche tra i maggiori sostenitori dell’opera. Crediamo importante non mancare di dare un segnale l’11 novembre a Roma quando Esposito, l’esponente del Pd da sempre pasdaran del TAV, incontrerà il ministro Lupi, il ministro dell’Economia e i vertici delle ferrovie in merito ai cosiddetti extracosti. Stiamo parlando di 12 miliardi di euro e dunque di un incremento di quasi 4 miliardi rispetto ai costi previsti. Vogliamo ritrovarci a ridosso del Senato dove si svolgerà l’incontro e non lasciarli da soli a discutersela tra amici, denunciando ancora una volta i costi di una grande opera inutile contrastata dagli abitanti della Val Susa, e ribadendo come i fondi destinati al TAV possano essere usati per l’unica grande opera che ci interessa: casa e reddito per tutti. Un appuntamento quello dell’11 che guarda alla settimana di mobilitazione rilanciata in Valle dal 14 al 22 novembre.

Anche il dibattito intorno alla giornata del 14 novembre si presenta ricco e interessante. Tante e diverse le forme con cui la rete Abitare nella Crisi starà dentro questa larga mobilitazione. I territori in cui le realtà che compongono la rete si muovono sono diversi e ancora una volta sarà la ricchezza delle differenze a produrre contributi decisivi in una giornata importante. Dentro la decisione di rilanciare pratiche e strumenti di riappropriazione il 14 novembre si eserciterà quel diritto alla città già espresso nella settimana di mobilitazione dal 10 al 18 ottobre.

Riteniamo utile tornare a vederci domenica 30 novembre per cercare di rilanciare in termini più generali la battaglia contro le devastanti decisioni del governo per la gestione delle città e dei territori. Un’assemblea capace di mettere insieme da sud a nord la possibilità di impedire un uso delle risorse, del patrimonio pubblico e dei suoli devastante e criminale.

Abitare nella crisi

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